Almodovar, la salvezza sta nella finzione  
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Almodovar, la salvezza sta nella finzione  

Presentato a Cannes, il nuovo film del regista spagnolo intreccia realtà e finzione in un raffinato gioco di rimandi. Un’opera più essenziale del solito che riflette sul lutto, sulla crisi creativa e sul potere salvifico del cinema.

Almodovar, la salvezza sta nella finzione  
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RedazioneOLTREilponte Modifica articolo

2 Giugno 2026 - 10.07


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di Vincenzo Coli

Ogni nuovo film, un’emozione nuova. Che prende testa e cuore e ti accompagna a lungo. Ha sempre regalato questo effetto Pedro Almodovar e alla regola non si sottrae il suo ultimo titolo, Amarga Navidad (Alessando VII). Una carriera divisa in due, quella del Maestro di Calzada de Calatrava. Dall’esordio (1980) con Pepi, Luci, Bom e le altre ragazze del mucchio, poi Matador e La legge del desiderio fino a Donne sull’orlo di una crisi di nervi e Carne trèmula, tutti inni alla libertà, vicende intricatissime dai toni grotteschi, eccentrici,  innescate sui destini di personaggi adorabili ed estremi nell’infrangere a caro prezzo le convenzioni borghesi in un Paese che non aveva ancora regolato i conti col franchismo. Da Tutto su mia madre (1999) in poi, il regista non rinnega il vitalismo delle prime storie ma conferisce una nuova forma alla narrazione, rinnova i tratti melodrammatici dei grandi classici hollywoodiani, firmati da Douglas Sirk e Nicholas Ray, esasperandone l’intensità. I suoi fans continuano ad adorarlo, la critica stavolta invece si è divisa, qualche critico gli ha rimproverato un’insolita freddezza, una certa distanza emotiva dai personaggi messi in scena. Ci sia permesso di non condividere. Comunque, il festival di Cannes ha accolto Amarga Navidad con sei minuti di applausi.

La struttura del film è quanto meno curiosa, giocata sull’alternarsi di due episodi divisi da un lungo lasso di tempo ma connessi tra loro. 2004, Elsa (Bárbara Lennie), regista di spot pubblicitari, durante un lungo ponte festivo di dicembre, per sfuggire alla depressione causata dalla morte della madre si abbandona alla routine del lavoro, sorretta dall’amore del compagno Bonifacio. Ma una crisi di panico la blocca. Allora decide di partire per l’isola di Lanzarote insieme all’amica Patricia. 2026, Raùl (Leonardo Sbaraglia), sceneggiatore e regista a corto di idee, sta lavorando a un nuovo soggetto. Che – lo scopriamo presto – è la storia di Elsa stessa, di Bonifacio e delle sue amiche Patricia e Natalia. Elsa e Raùl. L’una è la proiezione artefatta dell’altro, che esiste davvero e si serve della sua invenzione. La donna in crisi di vent’anni prima è l’alter ego dell’uomo avvilito di vent’anni dopo, incapace di lavorare come desidera e di fare luce sulle relazioni più intime, in particolare quella con il compagno.  Allo scopo di non arrendersi all’aridità creativa, Raùl ha creato una sorta di universo parallelo e tuttavia distante, un gioco continuo di rimandi tra due dimensioni; realtà e finzione creativa s’intrecciano e si alimentano a vicenda, nel tentativo di trovare soluzione al sentimento umano più irrinunciabile: elaborare il lutto, sfuggire al dolore. 

Amarga Navidad significa Natale amaro, titolo di una popolare canzone spagnola. Almodovar forse per la prima volta procede per sottrazione di effetti, rinuncia all’accumulo che ne ha sempre determinato lo stile. Una narrazione ricca di personaggi e di risvolti, eppure più piana e meditata del solito, anche per il ricorso abbastanza soft al commento musicale. Tecnicamente, questo gioco di specchi è un metafilm, un film che parla di sé stesso, dei meccanismi del cinema, implicazioni psicanalitiche comprese. Il richiamo esplicito, dato il tema della crisi intellettuale, è a Otto e mezzo. Il messaggio, a volerlo cercare per forza: la salvezza, alla fine, sta nella finzione.

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