Seul e Baghdad, Tangeri e Palermo, la fantasia viaggia sul grande schermo
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Seul e Baghdad, Tangeri e Palermo, la fantasia viaggia sul grande schermo

Dalla Corea del Sud all'Iraq, passando per Palestina, Spagna, Sicilia, Stati Uniti e Marocco, la rassegna dal 20 al 26 luglio propone storie di libertà, ironia, amore e memoria firmate da grandi registi internazionali.

Seul e Baghdad, Tangeri e Palermo, la fantasia viaggia sul grande schermo
Le cose non dette (da Prime video)
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19 Luglio 2026 - 10.12


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di Vincenzo Coli

Lunedì 20 luglio, No other choice, di Park Chan-wook, con Lee Byung-hun, Son Ye-jin, Park Hee-soon. Black comedy. Sud Corea oggi. Tecnico licenziato dalla cartiera dove lavorava da 25 anni, Man-Su teme di perdere tutto quanto è riuscito a creare: la famiglia, la casa, la serra-rifugio, una certa reputazione. Cerca un altro lavoro affrontando colloqui umilianti, ma niente. Allora decide di crearsela un’occupazione, ma a modo suo, una strategia che contempla violazioni della privacy, ricatti e violenze di ogni tipo. Se avete amato Parasite e vi incuriosisce l’appeal che circonda come un’aura tutto quanto è made in Corea (musica, moda, design e appunto il cinema), questo film fa per voi. Il plot inizialmente drammatico scivola con umoristico compiacimento nel multigenere, dalla commedia al grottesco, dal thriller allo splatter; l’accumulo di effetti (gag, movimenti fulminei della cinepresa, colpi di scena, un finale beffardo) lascia senza fiato ma divertiti. Park Chan-wook (Joint Secury Area, Oldboy, Lady Vengeance, Decision to Leave) dai primi del Duemila è considerato un Maestro, premiato a Cannes, Sitges, Berlino, aiBAFTA, selezionato agli Oscar. No other choicea Venezia è stato salutato da una standing ovation di nove minuti. 

Martedì 21 luglio, The sea, di Shai Carmeli-Pollak, con Muhammad Gazawi, Khalifa Natour, Marlene Bajali. Drammatico, politico. Il dodicenne Khaled, palestinese, vive a Ramallah e insieme ai compagni di scuola viaggia in pullman verso la realizzazione di un sogno, passare qualche ora su una spiaggia popolare. Ma viene respinto a un posto di blocco sul confine con Israele, per delle irregolarità nel suo permesso. Lo rispediscono a casa. Lui, amareggiato, contatta il padre Ribbi che, privo di documenti validi, lavora in un cantiere di Tel Aviv, e gli comunica l’intenzione di raggiungere il mare da solo. L’uomo decide di cercarlo rischiando l’arresto e percorre col figlio un itinerario che fornirà l’occasione per costruire un forte rapporto affettivo. Tra mille difficoltà, a piedi o con mezzi di fortuna, i due attraverseranno la loro terra martoriata dove sono costretti a sopravvivere da clandestini. Insieme, verso l’acqua battente metafora di libertà. Regista ebreo-palestinese, troupe mista ebrei e arabi, The sea è stato premiatoagli Ophir Awards, il David di Donatello israeliano, quindi sarà candidato di Israele all’Oscar come migliore opera straniera. Ovviamente, il governo Netanyahu ha tagliato i fondi e sta conducendo una violenta campagna stampa contro la circolazione internazionale della pellicola. Che ha un bel taglio documentario, è aspra, asciutta, emozionante però non artefatta,  testimonianza struggente della tragedia di un popolo. 

Mercoledì 22 luglio, Amarga Navidad, di Pedro Almodovar, con Bàrbara Lennie, Leonardo Sbaraglia, Aitana Sànchez-Gijòn. Drammatico. 2004, Elsa (Lennie), regista di spot pubblicitari, caduta in depressione per la morte della madre si getta nel lavoro, ma un attacco di panico la blocca. Allora parte per l’isola di Lanzarote insieme all’amica Patricia. 2026, Raùl (Sbaraglia), sceneggiatore e regista a corto di idee, sta lavorando a un nuovo soggetto. Che è la storia di Elsa stessa. L’una è la proiezione dell’altro, che esiste davvero e si serve della sua invenzione per superare la propria crisi creativa. Raùl ha creato un universo parallelo e tuttavia distante, un gioco di rimandi tra due dimensioni; realtà e finzione s’intrecciano e si alimentano a vicenda, nel tentativo di elaborare il lutto, di sfuggire al dolore. Nei film della prima metà della carriera Almodovar ha privilegiato personaggi estremi e stile melodrammatico allo scopo di incrinare il moralismo borghese postfranchista; nei film della seconda metà sta giocando con i toni più sommessi di una matura introspezione.   

Giovedì 23 luglio, Che Dio perdona a tutti, di e con Pif, Giusi Buscemi, Francesco Scianna, Carlos Hipòlito. Commedia. Arturo (Pif), agente immobiliare siciliano, è single, è solidamente agnostico e ama i dolci. S’innamora di Flora (Buscemi), figlia di un pasticcere palermitano, sta per prendere i due classici piccioni ma si trova ad affrontare un grosso problema: lei è cattolica  praticante ferventissima, non accetterà mai un uomo indifferente  in materia di fede. Deve convertirsi in pochi giorni, per essere cristiano e soprattutto sembrarlo. Per fortuna potrà contare su un personal trainer d’eccezione, papa Francesco (Hipòlito). Da un romanzo scritto dallo stesso regista, è una commedia romantica spiritosa e piacevole, forse a lieto fine, satira garbata nei confronti delle convenzioni cattoliche e borghesi, sferzante quando prende di mira i tabù della cultura siciliana. 

Venerdì 24 luglio, Il diavolo veste Prada 2, di David Frenkel, con Maryl Streep, Anne Hathaway, Emily Blunt. Commedia. Il sequel replica il primo successo vent’anni dopo, il mondo glamour dell’alta moda newyorkese e dei media ad essa dedicati è sempre più pervaso da cinismo, culto spietato del successo, bulimia di denaro, bolle speculative. Almeno in questo segmento infernale di società, la guerra dei generi l’hanno vinta le donne, sicché si fronteggiano ancora la dispotica direttrice Miranda (Meryl Streep, di nuovo strepitosa) e l’ex segretaria ed ex ingenua Andy (Anne Hataway), maturata fino a diventare dirigente in carriera. Col passaggio dall’analogico al digitale, internet ha schiacciato la rivista cartacea e il giornalismo di una volta, sconvolgendo tecnica, etica e sentimenti.    

Sabato 25 luglio, Le cose non dette, di Gabriele Muccino, con Stefano Accorsi, Miriam Leone, Claudio Santamaria, Carolina Crescentini. Dramedy. Dal romanzo Siracusa di Delia Ephron sorella della più celebre Nora, sceneggiatrice. La gita a Tangeri di due coppie quarantenni in crisi sembra  arricchita (in realtà compromessa)  da almeno due variabili interessanti, una figlia adolescente e una giovane amante. Si creano alleanze, si approfondiscono divisioni. La sparizione delle due ragazze e poi  una morte misteriosa pregiudicano l’equilibrio del gruppo. Venticinque anni dopo L’ultimo bacio, Muccino, che sa coinvolgere gli attori e ottiene sempre il massimo a livello della recitazione, torna al suo cavallo di battaglia, il film corale/generazionale attraversato nevroticamente da amori, tradimenti e amicizie in bilico. 

Domenica 26 luglio, La torta del presidente, di Hasan Hadi, con Baneen Ahmad  Nayyef, Waheed Thabet Khreibat. Drammatico. Iraq, 1990, sono i giorni della guerra del Golfo. Lamia, 9 anni, in occasione di un concorso scolastico è costretta a preparare una torta per il compleanno del presidente Saddam Hussein. Non ci riuscisse, potrebbe trovarsi in grossi guai insieme alla nonna, che decide di accompagnare la nipote e il piccolo amico Saeed alla ricerca degli ingredienti. I tre percorrono la città devastata dalla guerra e priva di generi di prima necessità come la farina, le uova e lo zucchero necessari per il dolce. Feriti e mendicanti affollano le strade, i negozi sono vuoti, ovunque povertà, paura, dolore. Una sorta di girone infernale. Alla fine, qualche surrogato reperito al mercato nero permette di rispettare l’impegno. Ma proprio al momento della premiazione, le bombe della coalizione occidentale distruggono la scuola. Lamia si salva: ha effettuato in pochi giorni un drammatico percorso di conoscenza e maturazione. Il film ha vinto la Caméra d’or e il Premio del Pubblico alla Quinzaine des Réalizateurs del festival di Cannes 2025, ed è stato scelto per rappresentare l’Iraq ai premi Oscar 2026. Qualche critico, non senza ragione, lo ha definito degno erede del neorealismo italiano. 

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