di Vincenzo Coli
Sarà la diversa sensibilità, come si dice, o forse l’età che invita a considerazioni dal sapore autunnale, ma se Marco Bellocchio (classe 1939), sessantun anni dopo l’esordio presessantottino de I pugni in tasca continua a fare cinema civile (Portobello, il caso Tortora), il quasi coetaneo Pupi Avati (1938, infatti è lui il decano dei registi italiani), coltiva ancora la naturale attitudine alla narrazione intimista.
In Nel tepore del ballo, in questi giorni al Pendola, Massimo Ghini/Gianni Riccio è un maturo conduttore televisivo un tempo famoso poi rovinato da guai giudiziari, storia di una carriera che non si rassegna ai titoli di coda. E se, a parte i dati anagrafici, vi sembra di scorgere un’altra analogia con l’ultimo lavoro del gemello Bellocchio, ci avete preso.
Certo, ideologia e stile sono diversi. Ma Avati sfrutta un eccellente pretesto – le fragilità e la voglia di riscatto dell’ex presentatore – per mettere in scena un’amara e intensa riflessione sul cinismo e il sensazionalismo senza scrupoli annidati nella società dello spettacolo. Si diverte anche a smontare i meccanismi del talent show, al quale Gianni è invitato come ospite. Dai tempi del viscontiano Bellissima ne è passata di acqua lungo i canali tivù, ma il pubblico si lascia sempre illudere dal mito del successo, e allora perché non regalargli nuove declinazioni, naturalmente avendo cura di occultare il costo delle sofferenze? Ci sono i temi tipici avatiani dell’amicizia interrotta, delle relazioni che tornano dal passato, della inaspettata crudezza di certi rapporti interpersonali.
Il regista ottiene il meglio dagli attori (riuscì a far recitare perfino Katia Ricciarelli) e funziona la solita mission di dare una bella chance a interpreti ultimamente un po’ trascurate, stavolta le bravissime Lina Sastri e Giuliana De Sio. Figuriamoci, con Una gita scolastica il Maestro bolognese rese protagonista per la prima volta Carlo Delle Piane già strepitoso Cicalone in Un americano a Roma e poi condannato a cento film da caratterista, e in Regalo di Natale salvò dall’oblio Diego Abatantuono voluto da nessuno dopo il flop terribile di Attila flagello di Dio.
Però, c’è sempre un però. Non ha resistito, dato il contesto, a ingaggiare celebrità nella-parte-di-se-stessi. Passi Jerry Calà. Ma Bruno Vespa ce lo poteva risparmiare.