di Vincenzo Coli
Tra un Palio e l’altro, cosa c’è di meglio di un bel film sotto le stelle per rinnovare le sensazioni gioiose della vittoria o stemperare la delusione e preparare la riavuta? Vediamo il programma di questa settimana. Ore 21,30, ingresso 6 euro, ridotto 5, abbonamento 25 euro per 5 spettacoli.
Lunedì 6 luglio, Norimberga, di James Vanderbilt, con Russell Crowe, Rami Malek, Michal Shannon. Storico, drammatico. Il film più celebre sul processo che chiuse i conti col nazismo è stato Vincitori e vinti di Stanley Kramer (1961) con Spencer Tracy, ma la frase più bella la pronunciò, nella miniserie Nuremberg (2000), Alec Baldwin, giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti incaricato di allestire un procedimento senza precedenti e conferirgli un senso giuridico alto di fronte alla storia: “Dobbiamo valutare il crimine di una nazione che ha compiuto un’aggressione, e giudicarlo”. Sembrano le parole di oggi. Qui si fronteggiano uno psichiatra (Malek) incaricato di scovare la banalità – o forse l’eccezionalità – del male nel cervello di Hermann Göring (Crowe), il più efferato tra i collaboratori di Adolf Hitler. Fu pazzia o crudeltà? Duole lo stomaco solo a pensarlo, ma come càpita nei contesti psichiatrici, tra i due si instaura un rapporto. Sbilanciato. L’ex gladiatore riempie il film fisicamente, non ha nemmeno bisogno di gigioneggiare.
Martedì 7 luglio, Il diavolo veste Prada 2, di David Frenkel, con Maryl Streep, Anne Hathaway, Emily Blunt. Commedia. Il sequel replica il primo successo vent’anni dopo, il mondo glamour dell’alta moda newyorkese e dei media ad essa dedicati è sempre più pervaso da cinismo, culto spietato del successo, bulimia di denaro, bolle speculative. Almeno in questo segmento infernale di società, la guerra dei generi l’hanno vinta le donne, sicché si fronteggiano ancora la dispotica direttrice Miranda (Meryl Streep, di nuovo strepitosa) e l’ex segretaria ed ex ingenua Andy (Anne Hataway), maturata fino a diventare dirigente in carriera. Col passaggio dall’analogico al digitale, internet ha schiacciato la rivista cartacea e il giornalismo di una volta, sconvolgendo tecnica, etica e sentimenti.
Mercoledì 8 luglio, The drama, di Kristoffer Borgli, con Zendaya, Robert Pattinson, Alana Haim. Dramedy romantica. Mai fare il gioco della verità tra coppie, domande tipo: la cosa peggiore che hai combinato nella vita?, e proprio alla vigilia del matrimonio. Soprattutto se qualcuno anzi qualcuna, in questo caso Emma (Zendaya), è fin troppo schietta.Gli altri confessano scherzi pesanti, al massimo un po’ di cyberbullismo. Lei racconta che a quindici anni pianificò una sparatoria a scuola e perse parte dell’udito perché teneva il fucile troppo vicino all’orecchio mentre si esercitava. L’amicaRachel sclera e si può capire, una cugina colpita da una pallottola è rimasta paralizzata; il fidanzato Charlie (Pattinson) non la prende affatto bene e cerca di tradire Emma, è la sua maniera di punirla. Ambedue vanno fuori di testa, continuano a preparare le nozze ma con la paura addosso di commettere l’errore della vita. Ma quel giorno in chiesa… Il sottotitolo del film è il consiglio più saggio da dare in questi casi: Un segreto è per sempre.
Giovedì 9 luglio, La grazia, di Paolo Sorrentino, con Toni Servillo, Anna Ferzetti, Massimo Popolizio. Drammatico. Presidente della Repubblica immaginario, vedovo, arriva al semestre bianco del fine mandato e patisce due gravi dilemmi morali: primo, concedere o no la grazia a due condannati per omicidio (una donna ha eliminato il marito che la maltrattava da anni, un uomo ha ucciso la moglie malata di Alzheimer); secondo, firmare o no la legge sul diritto all’eutanasia. Pubblico e privato s’intrecciano, gravezza della responsabilità istituzionale e peso/consolazione della memoria, su tutto l’amore per la moglie. Si dice che Sorrentino è il Fellini di oggi. In effetti il Grande riminese, a modo suo, faceva anche cinema d’impegno civile.
Venerdì 10 luglio, Sentimental value, di Joachim Trier, con Renate Reinsve, Stellan Skarsgård, Inga Ibsdotter Lilleaas. Drammatico. Il famoso regista teatrale Gustav (Skarsgård), tornato in attività dopo 15 anni, vorrebbe portare in scena le vicende drammatiche della madre che dopo aver sofferto l’occupazione tedesca della Norvegia morì suicida, evento che ancora lo tormenta. Dopo il funerale della ex moglie si ripresenta alle figlie da lui abbandonate quando erano bambine, e chiede a una delle due, l’attrice Nora (Reinsve), afflitta da crisi di panico, di accettare il ruolo di protagonista. Al suo rifiuto ingaggia un’interprete americana inadeguata, e questa mossa suscita la reazione delle figlie. Classico esempio di teatro nel cinema, scritto in maniera raffinata e profonda, recitato stupendamente, rivela la cinematografia norvegese poco nota al grande pubblico. E lo fa alla grande: ha vinto il Grand Prix speciale della giuria al 78° festival di Cannes e il premio Oscar 2026 come miglior film straniero, più tanti altri riconoscimenti.
Sabato 11 luglio, Zootropolis 2, di Jarod Bush e Byron Howard. Animazione, avventura. La coniglietta Judy e la volpe Nick, due poliziotti inesperti messi imprudentemente a far coppia nei bassifondi della metropoli degli animali, si trovano sulle tracce del serpente Gary De’ Snake, pericoloso criminale. Affronteranno mille pericoli cavandosela alla grande. Classico Disney numero 64 e sequel del fortunato Zootropolis, acclamato da critica, premiatissimo e campione di incassi, è un gioiellino di tecnica e di ritmo, risultato felice di uno sforzo produttivo e creativo notevole: 178 personaggi diversi, una sequenza monstre con 50000 animali, azione, umorismo ma anche riflessi thriller, gag a manetta, citazioni eccellenti (Shining e Ratatouille), perfino un messaggio positivo anzi due. Urgono rispetto delle differenze e amore tra tutti gli esseri viventi.
Domenica 12 luglio, Lo straniero, di François Ozon, con Benjamin Voisin, Rebecca Marder, Pierre Niney. Drammatico, thriller. Dall’omonimo romanzo del premio Nobel Albert Camus, al quale attinse anche Luchino Visconti ma con esito modesto. Algeri, 1938. L’impiegato trentenne Meursault (Voisin) partecipa senza mostrare commozione al funerale della madre; corteggia una ragazza e si dichiara disposto a sposarla pur non provando nei suoi confronti alcun sentimento; recatosi su una spiaggia insieme a un amico si scontra con un gruppo di giovani arabi, spara ad uno di essi con la pistola e lo uccide. Con la medesima coerente indifferenza affronterà il processo. Camus raccontò il nord Africa come cattiva coscienza della Francia coloniale. Ozon (Otto donne e un mistero, Potiche, Ricky, una storia d’amore e libertà), è erede di Robert Bresson: al netto di uno stile ugualmente elegante ma non così minimalista, ne ripropone la lucidità etica nel descrivere gli scacchi esistenziali dei suoi personaggi. Segue alla lettera l’apnea emotiva del romanzo ma si astiene dal rischiararne ambiguità e zone d’ombra, e lo impreziosisce con l’ironia che è propria del suo modo di fare cinema.