Riceviamo e pubblichiamo questo intervento che prende avvio dalle recenti discussioni legate al Premio Strega per affrontare il tema più generale della trasformazione del sistema letterario contemporaneo. (F.A)
di Gabriella Guaiti
L’ennesima polemica esplosa al Premio Strega dopo le parole attribuite a uno dei candidati finalisti nei confronti di Michela Murgia verrà probabilmente archiviata come l’ultima controversia del mondo letterario, destinata a consumarsi nel giro di pochi giorni per essere poi sostituita da un’altra.
Eppure sarebbe interessante leggerla come il sintomo di una trasformazione più profonda, che da anni investe il rapporto tra la letteratura, l’editoria e lo spazio pubblico.
Teniamo presente che il contesto nel quale tutto questo accade è quello di un tour promozionale che da mesi trascina in pullman gli scrittori finalisti attraverso città, teatri, festival, librerie, sale conferenze e istituzioni culturali, in una sequenza quasi ininterrotta di apparizioni pubbliche, incontri, interviste, fotografie, firme di copie e conversazioni più o meno rituali. Un’attività che certamente risponde a esigenze economiche e promozionali comprensibili, ma che attribuisce agli autori un ruolo che con il loro mestiere originario non ha nulla a che fare.
Perché uno scrittore, almeno, nella tradizione che ha costruito l’idea stessa di letteratura moderna, non è un animatore culturale, non è un testimonial, non è un intrattenitore e non è nemmeno, in senso stretto, un personaggio pubblico. È qualcuno che lavora principalmente nel silenzio, nella concentrazione e nella solitudine; qualcuno il cui rapporto con il mondo passa attraverso la mediazione della scrittura e non attraverso la continua esposizione della propria persona. Eppure l’industria culturale contemporanea sembra chiedergli esattamente il contrario: una disponibilità permanente alla rappresentazione di sé, una presenza incessante, una capacità di trasformare il proprio nome, il proprio volto e perfino il proprio carattere in un’estensione del prodotto editoriale.
Si è così costruito, nel corso degli anni, un gigantesco apparato spettacolare che vive intorno ai libri e che sempre più spesso finisce per oscurarli. Premi, festival, saloni, rassegne, maratone culturali ed eventi sempre più simili tra loro compongono un universo autoreferenziale che parla continuamente di letteratura senza favorire l’esperienza della lettura. Un universo nel quale il libro è diventato il pretesto attorno al quale si organizza la rappresentazione, mentre ciò che conta davvero è la visibilità dell’evento, la circolazione delle immagini, la produzione di contenuti e l’occupazione dello spazio mediatico.
Il risultato è una sorta di immenso baraccone itinerante che attraversa il Paese rivendicando il proprio carattere culturale, ma che assomiglia molto più a una fiera permanente della presenza pubblica che a un luogo nel quale la letteratura possa realmente essere interrogata, discussa e compresa. Un luogo nel quale gli scrittori vengono continuamente esibiti, convocati, trasportati e sollecitati come se il loro compito principale fosse quello di alimentare il funzionamento della macchina stessa, e nel quale la scrittura appare talvolta come il requisito preliminare necessario per accedere allo spettacolo, piuttosto che la ragione per cui quello spettacolo dovrebbe esistere.
La cosa più sorprendente è che in questo enorme meccanismo il grande assente sembra essere proprio il lettore. Non il professionista dell’editoria, non il giornalista culturale, non il recensore, non l’organizzatore di eventi, ma il lettore vero: quello che legge per curiosità, per inquietudine, per piacere, per desiderio di comprendere il mondo e sé stesso; quello che non cerca palchi, fotografie o autografi; quello che non partecipa alla rappresentazione della letteratura perché è impegnato a leggerla.
Un lettore autentico, precipitato per errore dentro questo dispositivo di festival, premi, passerelle e rituali promozionali, ne uscirebbe con la stessa sensazione di spaesamento con cui un credente potrebbe attraversare un luna park costruito sulle macerie di una cattedrale.
Il paradosso è che mai come oggi si organizzano manifestazioni dedicate ai libri, mai come oggi si moltiplicano le occasioni pubbliche per parlare di letteratura e mai come oggi la produzione editoriale è accompagnata da un apparato promozionale così vasto e sofisticato. Eppure mai la letteratura è sembrata così lontana dal centro della scena. Come accade nei vecchi circhi, il tendone è diventato progressivamente più importante degli artisti che ospita e, alla fine, persino dello spettacolo stesso. Ma la letteratura non vive nel tendone. Continua a vivere altrove: nell’incontro silenzioso tra qualcuno che ha scritto una pagina e qualcuno che, da solo, decide di leggerla.