di Serenella Civitelli
Si è appena conclusa, per l’AA 2025-2026, l’VIII edizione del Corso multidisciplinare Discriminazione e violenza di genere, del quale è titolare la prof.ssa Alessandra Viviani, Direttrice del Dipartimento di Scienze Politiche e Internazionali dell’Università di Siena.
L’obiettivo del corso è fornire a quante più persone possibile gli strumenti per conoscere ed analizzare criticamente le radici, le molteplici forme (fisiche, verbali, economiche, psicologiche, istituzionali…) e le conseguenze della discriminazione e della violenza di genere. A tal fine, sono stati ammessi non solo gli iscritti e le iscritte a tutti i Corsi dell’Ateneo ma anche il personale tecnico-amministrativo e la cittadinanza.
A testimoniare il crescente interesse per gli argomenti, la partecipazione è stata molto più alta degli scorsi anni e per la prima volta le lezioni sono state trasmesse anche in via telematica.
Docenti di varia estrazione (storia, lettere antiche, tutela internazionale dei diritti umani, antropologia, diritto pubblico e del lavoro, economia, medicina) ed esperti/e esterni appartenenti al mondo del terzo settore hanno fornito una prospettiva multi ed interdisciplinare.
E’ stato sottolineato come discriminazione e violenza di genere, fenomeni atavici e trasversali, siano ancora presenti nelle diverse culture e società con manifestazioni differenti, a volte subdole, ma non per questo meno pervasive e devastanti. La consapevolezza che siano causa e conseguenza delle diseguaglianze socio-economiche, a loro volta espressione di rapporti di potere impari, è necessaria per rendere la società più inclusiva per tutti: uomini, donne, persone non binarie e transgender, omo ed eterosessuali.
Nonostante l’OMS abbia stabilito che il genere è un determinante di salute, l’impatto delle discriminazioni e delle violenze è spesso sottovalutato o ignorato, anche nelle sue conseguenze più gravi.
Rispetto al numero atteso in base al rapporto alla nascita (105 maschi ogni 100 femmine) si calcola che oltre 140.000 donne manchino all’appello (Amartya Sen le definì “missing women”) a seguito di aborti selettivi di feti femminili, infanticidi di bambine, femminicidi per controversie sulla dote. Pur essendo vietate, tali pratiche sono ancora diffuse, soprattutto in India e in Cina. A queste si aggiungono tassi inaccettabili di mortalità materna da condizioni prevenibili, mutilazioni genitali femminili, di cui sono vittime oltre 230 milioni di donne viventi, e matrimoni infantili. Secondo le stime Unicef, a livello globale, 1 bambina/ragazza su 5 si sposa prima dei 18 anni.
Nonostante le evidenze del loro ruolo di guaritrici in tutte le epoche, le donne sono “sparite” anche dalla storia “ufficiale” della medicina perché le norme per esercitare la “professione”, definite dagli uomini, le hanno escluse dalle Università per secoli. La Facoltà di medicina di Harvard ha accettato le prime studentesse nel 1945. Come pazienti, anche la “scienza” medica, come Aristotele, le ha considerate “maschi difettosi”.
Prima del 1991, quando, convenzionalmente, nasce la medicina di genere, a nessuno era venuto il dubbio che le conoscenze ricavate sul modello unico del maschio, bianco e di 70 Kg, non fossero applicabili a tutti i soggetti “diversi” (donne ma non solo).
La cecità nei confronti delle specificità femminili ha avuto conseguenze disastrose. Le donne continuano ad avere ritardi diagnostici e peggior prognosi nelle malattie cardiovascolari, prima causa di morte nel loro sesso. Latenze diagnostiche si registrano anche per i tumori del colon-retto e del polmone, rispettivamente seconda e terza causa di morte oncologica femminile, dopo il tumore della mammella.
Essendo sottorappresentate negli studi sui farmaci e sui dispositivi medici, le donne non ricavano gli stessi benefici degli uomini e manifestano effetti collaterali più frequenti per la maggior parte delle terapie.
Infine, la ricerca per le malattie esclusive, o prevalenti, nel loro sesso (endometriosi, fibromialgia…) continua a ricevere minori investimenti.
Anche gli uomini sono vittime degli stereotipi di genere, soprattutto se colpiti da malattie considerate “femminili”, come il tumore della mammella (un uomo ogni 100 donne) e l’osteoporosi.
Di fatto, utilizzando una lente di genere, si osserva che in ogni ambito della medicina le discriminazioni sono alla base delle diseguaglianze e contribuiscono a mantenerle.
Dal momento che i principali determinanti di salute sono i fattori socio-economici e che i servizi sanitari incidono per meno del 10%, diffondere la prospettiva di genere è uno dei modi più efficaci, e probabilmente più economici, per rendere più equa la nostra società anche in termini di salute.