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Viva la mamma (si spera): se la maternità diventa un fattore di rischio fisico e professionale

Mentre festeggiamo la figura materna, i numeri raccontano una realtà diversa: 287mila decessi l'anno nel mondo e, in Italia, una 'child penalty' che penalizza reddito e salute. Dalla piaga della mortalità globale al paradosso della medicalizzazione del parto, ecco perché la maternità oggi è ancora un rischio per il benessere fisico e professionale delle donne

Viva la mamma (si spera): se la maternità diventa un fattore di rischio fisico e professionale
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di Serenella Civitelli

Viva la mamma – cantava Bennato – ma dobbiamo chiederci se le mamme sopravvivano sempre alla maternità, e come.

Oltre la retorica: I numeri della mortalità materna.

La mortalità materna rappresenta ancora una delle prime cause di morte per le donne dei Paesi a basso/medio reddito. Nonostante i tassi globali si siano significativamente ridotti, nel 2020 le morti nel mondo sono state 287 mila, pari a circa un decesso ogni due minuti, di cui il 70% nell’Africa sub-sahariana e “solo” 1.000 in Europa.La mortalità materna dimostra che la salute dipende non solo da fattori legati al sesso (anatomia, ormoni…) ma anche al genere (fattori socio-culturali). La maggior parte delle morti materne potrebbe essere prevenuta combattendo  le discriminazioni riguardo al reddito, all’istruzione, all’accesso alle cure, alle norme sociali che marginalizzano le donne fino a consentire matrimoni infantili e mutilazioni genitali femminili. Fra i Paesi ad alto reddito, gli USA hanno il tasso di mortalitá materna più elevato, l’Italia uno dei più bassi.

La “Child Penalty”: Quando la culla ferma la carriera.

Tuttavia, anche in Italia le madri sono soggette ad una specifica penalità (cosiddetta “child penality”) perché la maternità è uno dei principali fattori di divario occupazionale e retributivo fra uomini e donne, che si ritrova anche a 15 anni dal parto ed è riconducibile al minor numero di settimane lavorate in un anno, al passaggio al part-time, spesso involontario, ed a maggiori tassi di uscita delle donne con figli dal mercato del lavoro. 

Se dedicarsi maggiormente alla famiglia può essere un desiderio di alcune donne, più spesso è una scelta obbligata, legata alla mancanza di supporto familiare e di adeguati servizi. Dal momento che il reddito è uno dei principali determinanti di salute, si potrebbe concludere che la maternità non fa bene alle donne: un reddito più basso, infatti, si associa ad un’alimentazione meno sana, a maggior incidenza di malattie croniche e di problemi di salute mentale, lavori più usuranti, abitazioni meno salubri, peggior accesso ai servizi sanitari… 

Il mito del multitasking: Pressione sociale e salute mentale.

Inoltre, lo stereotipo della “brava mamma multitasking” (tradotto brutalmente: che lavora di più e guadagna di meno) esercita una pressione sulle donne le cui conseguenze sulla salute non sono sufficientemente considerate. La maternità, infatti, soprattutto se gravata del doppio carico e da aspettative non realistiche, può portare ad un esaurimento fisico ed emotivo che, spesso, resta sommerso fino alla sorpresa che sempre accompagna i più tristi fatti di cronaca.  Il sovraccarico delle madri può portare anche a disturbi alimentari, alterazioni del sonno, depressione, trascuratezza di sintomi pericolosi, mancato ricorso alla prevenzione.

Corpi medicalizzati e dolore invisibile: Il paradosso del parto.

Paradossalmente, alla scarsa attenzione riservata alle problematiche  indotte dalla maternitá dopo il parto si accompagna una medicalizzazione della gravidanza che, da evento naturale, sta diventando, anche quando fisiologica, una patologia che richiede costanti controlli ed interventi.In Italia il tasso di parti cesarei (quasi 30% nel 2024) è molto più alto che negli altri Paesi europei. Al contrario, il diritto a partorire senza dolore sembra rimanere molto sulla carta: la partoanalgesia si utilizza in circa il 20-25% dei casi. La media Toscana è superiore alla nazionale (quasi 40%) e in AOUS è ancora più alta (41,53 nel 2025), pur rimanendo inferiore a quella degli altri due Policlinici Universitari toscani. Purtroppo, come dimostrano numerosi studi, il dolore delle donne, in genere, è meno considerato e riceve minori trattamenti di quello degli uomini ed il dolore del parto, in particolare, risente di retaggi culturali che continuano a farlo ritenere “naturale”.

Oltre il modello maschile: La sfida della medicina di genere.

Infine, la gravidanza, o la sua possibilità, ha influenzato la salute di tutte le donne perché è stata usata come giustificazione per escluderle dalla ricerca biomedica. La insufficiente partecipazione agli studi è uno dei principali motivi per cui le donne tendono ad avere diagnosi tardive, non rispondono altrettanto bene degli uomini ai farmaci, hanno maggiori effetti collaterali quando li assumono e possono avere prognosi peggiori.La cosiddetta “medicina di genere” si pone come obiettivo il superamento degli errori indotti dall’aver costruito il sapere medico avendo come unico riferimento il modello maschile e di averlo ritenuto valido per entrambi i sessi, senza considerare le specificitá femminili. Del resto, come diceva Aristotele, la donna non è che un maschio deformato.

Buona festa a tutte e viva la mamma (si spera).

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