di Pippo Lambardi
Ci sono calciatori che diventano leggenda perché hanno vinto molto. Altri perché hanno incarnato un’epoca. Sandro Mazzola, partendo dalla sintesi di queste due categorie, appartiene a quella dei giocatori che hanno innovato.
Per questo, nel ricordarlo a poche ore dalla morte, varrebbe la pena liberarsi di due ingombranti dinamiche che hanno accompagnato la sua carriera. La prima è la rivalità con Gianni Rivera. Una storia costantemente ricordata dai media, ma che col tempo ha finito per occupare uno spazio sproporzionato rispetto a ciò che realmente furono i due campioni, peraltro diversissimi dal punto di vista squisitamente tattico e tecnico, e il loro rapporto.
La seconda è il richiamo alla figura del padre Valentino, il capitano del Grande Torino scomparso a Superga. Una vicenda umana enorme, tragica, impossibile da ignorare. Eppure Sandro Mazzola non ha bisogno né della staffetta con Rivera né dell’ombra del padre per essere spiegato.
La sua grandezza sta altrove.
Guardando oggi le immagini degli anni Sessanta e Settanta si resta colpiti da un fatto. Mazzola sembra un calciatore contemporaneo precipitato in un calcio che contemporaneo non era ancora. Non era un centravanti classico, non era un numero dieci tradizionale, non era un’ala. Era tutto insieme. Partiva da lontano, accelerava, attaccava gli spazi, segnava, rifiniva, rincorreva gli avversari. Aveva tecnica, corsa, personalità e soprattutto un’intelligenza tattica che gli permetteva di occupare zone di campo che allora pochi interpretavano.
Nella Grande Inter di Herrera fu molto più di un attaccante. Fu il punto di equilibrio tra il rigore collettivo e il talento individuale. In una squadra che aveva campioni come Facchetti, Suarez, Corso, Picchi e Jair, Mazzola – addirittura più di Corso – rappresentava l’elemento imprevedibile. Quello capace di rompere gli schemi e trasformare una partita bloccata in qualcosa di diverso. Non è un caso che arrivò a sfiorare il Pallone d’Oro nel 1971 e che per anni sia stato considerato uno dei migliori giocatori del mondo, anche per le prestazioni importanti che seppe garantire pure con la Nazionale maggiore.
Anche sul piano realizzativo, spesso, non gli viene riconosciuto abbastanza. La narrazione dominante ha finito per descriverlo come un simbolo, un capitano, un figlio d’arte, quasi dimenticando che era pure un attaccante formidabile. Capocannoniere della Coppa dei Campioni 1963-64 e del campionato italiano nel 1965, univa alla qualità una straordinaria capacità di incidere nei momenti decisivi.
L’immagine che meglio racconta chi fosse Sandro Mazzola resta però quella del 27 maggio 1964. L’Inter è alla sua prima finale di Coppa dei Campioni, esordiente nella competizione. Di fronte c’è il Real Madrid delle cinque coppe, la squadra che più di ogni altra rappresenta il concetto stesso di club calcistico. A Vienna, davanti agli occhi del continente, l’Inter vince 3-1. Due dei tre gol portano la firma di Mazzola, all’epoca ventunenne. Non sono semplicemente due reti, belle entrambe. Sono il certificato di nascita internazionale del club nerazzurro. L’Inter diventa Grande quella sera e il volto dell’impresa è il suo numero 8.
Da tifoso, nato quando Mazzola era già dirigente (carriera che gli darà minori successi di quelli da calciatore), confesso che c’è qualcosa di profondamente rassicurante nella sua figura. Perché appartiene a una stagione irripetibile ma non è mai diventato un santino. Non ha bisogno di essere imbalsamato nella nostalgia. Al contrario, continua a parlare al presente. Ogni volta che vediamo un centrocampista offensivo capace di attaccare la profondità o un cosiddetto “falso nueve” sacrificarsi in copertura e decidere una partita con una giocata, stiamo osservando qualcosa che Mazzola faceva già sessant’anni fa.
Forse il modo migliore per ricordarlo è proprio questo: non come un monumento del nostro “pallone”, definitosi negli anni in cui il calcio diveniva – dopo il pugilato prima e il ciclismo dopo – lo sport nazionale, ma come un giocatore che aveva incarnato il futuro prima degli altri.
E che, per una straordinaria coincidenza della storia, lo aveva visto indossando solo due maglie, nerazzurra e azzurra.