I rintocchi di Sunto e il bisogno di storia: perché la memoria di Siena parla ai più giovani
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I rintocchi di Sunto e il bisogno di storia: perché la memoria di Siena parla ai più giovani

Le tesine di terza media e il ricordo dei ragazzi caduti a Vicobello il 3 luglio 1944 mostrano che studiare il passato non è una consolazione, ma un'esigenza etica per dare al presente un orizzonte di senso che i giovanissimi sanno ancora cercare "oltre il ponte". Contro la vulgata di una "liberazione dolce" a Siena e le polemiche sul sacrificio di Vicobello, la pratica storica si rivela uno strumento vivo.

I rintocchi di Sunto e il bisogno di storia: perché la memoria di Siena parla ai più giovani
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Silvia Folchi Modifica articolo

9 Luglio 2026 - 06.59


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Tanto più il presente è critico, quanto più è forte l’esigenza di trovare un senso nel passato, e se è auspicabile che questo bisogno possa dare origine al desiderio di conoscere meglio la storia, invece che trarne semplicistiche consolazioni, pure non deve esserci imbarazzo a cercare nel passato risposte etiche che sembrano mancare nella nostra vita e nella società. Non c’è dubbio che il presente sia povero di valori, e che fare ricorso alla storia può servire a dare al presente un orizzonte di senso. Intorno a questa domanda, di storia e di senso, si sono interrogati quest’anno alcune ragazze e ragazzi (ne cito due, ma potrebbero essere molti di più) per le loro tesine d’esame di terza media. Cheikh ha lavorato sull’eccidio di Montemaggio, partendo dal fumetto di Sergio Staino. Ambra ha scelto il tema delle donne partigiane e lo ha fatto, come ha riferito, con passione e orgoglio. Che cosa spinge ragazzi così giovani a interessarsi di storie così lontane da loro e di approfondirne aspetti che evidentemente ancora parlano loro?

Una risposta possibile sta nella consapevolezza – che noi adulti talvolta dimentichiamo – che stiamo vivendo dentro un mondo capovolto che distorce e sotterra i principali valori della vita, privata e politica, e che ne sottopone ogni aspetto alle leggi del mercato e alla dominazione di modelli di competizione, omologazione, sopraffazione delle differenze. Il bisogno di storia, con il suo portato valoriale, emerge nei momenti di pericolo, che forse il mondo adulto avverte con maggior indifferenza di chi, che abbia vent’anni o quattordici, sa che la vita è “oltre il ponte”.

Lo spunto mi è dato dalla superflua e mai sopita controversia sulla presunta inutilità del sacrificio di Giorgio Domenichini, Piero Cristofani, Umberto Grazzini, caduti a Vicobello nel giorno della liberazione di Siena, il 3 luglio 1944, mentre tanta gente si era già riversata incredula e festante in Piazza del Campo, con le bandiere delle contrade che tornavano finalmente ad essere spiegate. L’evento è ricordato dai rintocchi di Sunto, ogni 3 luglio alle 14, anche se sempre meno persone sanno decifrare il senso di quel suono di bronzo. Mentre Siena festeggiava l’ingresso dei francesi, a Vicobello le retroguardie tedesche tentavano una disperata e feroce resistenza, che rischiava di causare ulteriori vittime e danneggiamenti oltre quelli, considerevoli, prodotti dai guastatori in ritirata. Fu per spingere i tedeschi ad abbandonare definitivamente la città, risparmiandola, che una pattuglia della Guardia civica, inquadrata nel raggruppamento Monte Amiata, affrontò l’ultimo combattimento.

Sotto i colpi della mitragliatrice tedesca caddero i tre giovanissimi senesi. Domenichini e Cristofani avevano 19 anni, Grazzini, decorato di medaglia di bronzo alla memoria, ne aveva 18. Per anni il loro sacrificio è rimasto relativamente poco ricordato, e considerato semmai un gesto sconsiderato e inutile. Come se ci si fosse aspettati da loro non che combattessero, che andassero anche loro a festeggiare in Piazza, lasciando al caso e alla fatalità di provvedere all’assenza di vittime ulteriori provocate dai tedeschi, che prima o poi avrebbero lasciato Siena per proseguire verso il Chianti (dove il giorno successivo, a Palazzaccio d’Arceno, nel comune di Castelnuovo Berardenga, un reggimento della Göring ucciderà nove persone, fra cui un neonato, un bambino di tre anni e una bambina di sei).

Per anni si è messo in dubbio, insomma, il valore stesso della scelta di Resistenza, ed è stato importante studiare questa storia per restituire a Domenichini, Cristofani e Grazzini la cifra della loro azione, così come per smontare la vulgata della “liberazione dolce” e di una guerra tutto sommato poco cruenta per la città, che ha invece subito bombardamenti devastanti, vittime civili, deportazione di cittadini ebrei, eccidi di partigiani, stupri, distruzioni di infrastrutture.

Come suggerisce Luca Casarotti, studioso e scrittore brillante, se la storia serve a dare un orizzonte di senso alla società nel suo tempo, allora l’educazione diffusa alla pratica storica è un’istanza di democrazia.

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