Khaled che sogna il mare 
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Khaled che sogna il mare 

Dal richiamo a I quattrocento colpi alla Palestina di oggi: il film di Shai Carmeli-Pollak racconta l’odissea di un bambino e di suo padre tra posti di blocco, confini e desiderio di normalità, mentre la politica israeliana ne contesta la diffusione.

Khaled che sogna il mare 
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RedazioneOLTREilponte Modifica articolo

22 Maggio 2026 - 10.09


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di Vincenzo Coli

Indimenticabile finale de I quattrocento colpi di François Truffaut. L’adolescente Antoine Doinel regala alle onde del mare, che vede per la prima volta dopo essere fuggito dal riformatorio, tutta la meraviglia commovente del suo sguardo. È  il 1959. Nella Francia coloniale agitata dai fantasmi della guerra d’Algeria, Antoine celebra un rito di passaggio, sorta di ribellione generazionale. Nel viaggio quasi analogo, e anch’esso simbolico, che il dodicenne Khaled (Muhammad Gazawi) affronta in The sea (al Pendola il 26-27 maggio) di Shai Carmeli-Pollak, regista ebreo-palestinese, oggi ritroviamo tutto questo, e in più l’eloquenza potente di un atto politico.

Il ragazzo vive a Ramallah e insieme ai compagni di scuola viaggia in pullman verso la realizzazione di un sogno, passare qualche ora su una spiaggia popolare. Ma viene respinto a un posto di blocco sul confine con Israele, per delle irregolarità nel suo permesso. Lo rispediscono a casa. Lui, amareggiato, contatta il padre Ribbi che, privo di documenti validi, lavora in un cantiere di Tel Aviv, e gli comunica l’intenzione di raggiungere il mare da solo. L’uomo decide di cercarlo rischiando l’arresto e percorre col figlio un itinerario che fornirà l’occasione per costruire un forte rapporto affettivo. Tra mille difficoltà, a piedi o con mezzi di fortuna, i due attraverseranno la loro terra martoriata dove sono costretti a sopravvivere da clandestini. Insieme, verso l’acqua battente metafora di libertà. 

Finito di girare in buona armonia da una troupe mista, ebrei e arabi, pochi giorni prima dell’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, The sea è stato premiatoagli Ophir Awards, il David di Donatello israeliano, a testimonianza della fronda anti Netanyahu che cresce negli ambienti intellettuali. Secondo regolamento, il film è ora il candidato di Israele all’Oscar come migliore opera straniera, e il governo non l’ha presa bene: il ministro della cultura Miki Zohar minaccia di ritirare i fondi agli Ophir Awards e ha avviato una violenta campagna stampa contro la circolazione della pellicola. L’accusa, c’era da aspettarselo, è di antisemitismo e terrorismo. Del resto, nell’unica democrazia del Medio Oriente lo stato d’emergenza sembra richiedere misure eccezionali, anche l’uccisione o il ferimento di 50000 bambini nella striscia di Gaza, e leggi speciali, ad esempio quella che, a parità di reato, commina detenzioni o condanne a morte a seconda dell’etnia. Insomma, anche girare un film può essere molto pericoloso, in questo Paese che mezzo secolo fa elesse primo ministro il premio Nobel per la pace Yitzhak Rabin e oggi è guidato da una banda di macellai.

Intanto The Sea sta girando il mondo e merita di essere visto, sia per le qualità precipue (ha un bel taglio documentario, è aspro, asciutto, emozionante però non artefatto), sia per la testimonianza struggente che offre della tragedia di un popolo.

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