Ma cos’è questa senesità? E perché proprio ora si torna a parlarne?
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Ma cos’è questa senesità? E perché proprio ora si torna a parlarne?

Una parola che tutti invocano e nessuno definisce. Prima di usarla ancora, conviene chiedersi che cosa racconta e che cosa, forse, copre. Forse la memoria si gonfia dove il potere si ritira?

Ma cos’è questa senesità? E perché proprio ora si torna a parlarne?
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RedazioneOLTREilponte Modifica articolo

28 Ottobre 2026 - 14.51


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di Simone Marrucci

C’è una parola che a Siena mette d’accordo quasi tutti, e già questo dovrebbe insospettire: «senesità». Ricorre nelle cerimonie e nelle polemiche, nelle nomine e nelle critiche alle nomine, nei discorsi di chi amministra e in quelli di chi vorrebbe farlo. Si invoca un senese alla guida di un’istituzione, si difende la senesità del Palio, si rimpiange quella perduta di una strada che ha cambiato negozi, si fa appello ai «senesi delle lastre» per salvare una società sportiva. Negli ultimi anni la parola torna sempre più spesso, e con un tono sempre più difensivo. Eppure, nessuno si prende la briga di dire che cosa sia.

Senesi si nasce o si diventa? È senese lo studente arrivato da lontano vent’anni fa, che qui ha casa, lavoro e una contrada per cui tremare il giorno del Palio? Lo è un po’ meno chi è nato dentro le mura e ha dovuto lasciarle, perché un affitto in centro non poteva più permetterselo? La questione viene da lontano, come ci ha mirabilmente raccontato Gabriella Piccinni in questo stesso giornale.

La parola non risponde a nessun criterio definito (l’identità è un concetto privo di significato) e funziona proprio per questo: ognuno ci mette dentro quel che gli serve. Non è per forza un difetto, ma quando un concetto che non si lascia definire diventa il metro con cui si sceglie, si giudica e si esclude, è giusto chiedergli i documenti. C’è però un dettaglio che i discorsi sull’identità tendono a dimenticare: le continue trasformazioni della storia. Le contrade avranno anche radici medievali, ma la forma che oggi chiamiamo senesità, con il Palio in Piazza come vincolo civile, si consolida dopo la caduta della Repubblica, quando Siena non decide più di sé. I confini delle diciassette contrade, quelli che ancora oggi separano un vicolo dall’altro, li fissò con un bando una principessa bavarese, governatrice della città per conto dei Medici. Non è un paradosso: le comunità che perdono il potere di decidere tendono a custodire con più cura quello di ricordare. Nelle contrade i senesi potevano ancora amministrare qualcosa di proprio, un rione, una festa, una rete di aiuto, mentre le decisioni che contavano si prendevano altrove.

Il dubbio che ne viene è scomodo, e conviene formularlo senza risposte già pronte. Analogamente, negli ultimi decenni, la città ha visto assottigliarsi molte delle leve con cui decideva di sé: la banca che era la sua cassaforte, la fondazione che ne distribuiva i frutti, tutte istituzioni che un tempo parlavano senese. Che la parola «senesità» torni proprio ora, e con tanta insistenza, è una coincidenza? O è la stessa reazione di allora, la memoria che si gonfia dove il potere si ritira?

Eppure, la Siena che era davvero padrona di sé non parlava di senesità. Nella sala dove si riunivano i Nove, che reggevano la Repubblica, Ambrogio Lorenzetti non ritrasse lo spirito senese né la sua gloria: dipinse gli Effetti del Buon Governo. Era un programma politico, che prevedeva tra l’altro un rapporto virtuoso fra città e campagna, non un ritratto. Diceva a chi entrava nella sala che cosa ci si aspettava da chi decideva, non chi fosse degno di decidere. In precedenza, il Comune aveva fatto tradurre il suo statuto in volgare, perché potessero leggerlo anche i più umili e chi non sapeva il latino. Il podestà, la magistratura più alta, per regola doveva venire da fuori, a garanzia d’imparzialità. La Siena più forte, quella dei banchieri che prestavano alle corti d’Europa e dell’ospedale che accoglieva i pellegrini della Francigena, fu anche la più aperta. La senesità, probabilmente, incideva poco o niente nel confronto politico: c’era Siena, e bastava.

Qui il dubbio si fa più scomodo. E se l’insistenza sulla senesità fosse, almeno in parte, una foglia di fico? Non una bugia, ma una copertura: una parola che riempie lo spazio lasciato vuoto da un’idea di futuro che, invece, c’era in altre epoche? La foglia di fico, del resto, ha una storia istruttiva. Nel racconto biblico nessuno si copre finché non si accorge di essere nudo: coprirsi è già un’ammissione. Più si alza la voce sull’identità, più viene da chiedersi che cosa manchi sotto. Ma il dubbio va tenuto aperto anche dall’altra parte.

Può darsi che la senesità sia l’ultima riserva di coesione di una città che ha perso molto, e che chi la invoca la difenda proprio perché non trova altro su cui contare. Le contrade, ad esempio, fanno ancora ciò che in molte città non fa più nessuno: tengono insieme anziani e ragazzi, organizzano aiuto, danno a ciascuno un posto riconosciuto. Forse la differenza sta nell’uso. La senesità può servire a fare tesoro del passato o diventare un marchio, come è accaduto ai paesi diventati «borghi» da cartolina. Ma se oggi Siena dovesse affrescare di nuovo una sala del suo Palazzo Pubblico, che cosa vi dipingerebbe? Un ritratto di sé, con le bandiere, i cavalli, i cognomi giusti? Oppure un progetto: che cosa si produrrà, chi verrà ad abitare dentro le mura, dove porterà la strada che esce dalla porta? Quasi sette secoli fa la risposta stava sulle pareti. Forse oggi la domanda da farsi non è cosa significhi essere senese, ma che cosa voglia fare Siena, e con chi. Anche questo è soltanto un dubbio.

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