Aula o schermo? La concorrenza delle telematiche e il futuro dell’università pubblica
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Aula o schermo? La concorrenza delle telematiche e il futuro dell’università pubblica

Continua la discussione sull'Università. La scelta non è tra didattica in presenza o a distanza, ma la competizione tra università pubbliche e telematiche che operano con costi, doveri e finalità molto diversi.

Aula o schermo? La concorrenza delle telematiche e il futuro dell’università pubblica
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RedazioneOLTREilponte Modifica articolo

18 Settembre 2026 - 09.32


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di Marco Valenti

La crescita della formazione universitaria a distanza impone una discussione meno ideologica e più attenta agli effetti che essa produce sull’intero sistema dell’istruzione superiore.

Il problema non è decidere se sia migliore l’aula o lo schermo. Il problema è capire che cosa accade all’università pubblica quando compete, per lo stesso bacino di studenti, con soggetti che hanno costi, obblighi e finalità differenti.

Le università pubbliche e le università telematiche riconosciute dal Ministero rilasciano titoli con il medesimo valore legale. Ma l’equipollenza formale non rende uguali i due sistemi: operano secondo logiche, funzioni e condizioni profondamente diverse. “Pubblica” non indica soltanto una forma giuridica. Significa responsabilità verso la collettività; ricerca finanziata, ormai in misura insufficiente, e resa disponibile; servizi, sedi, personale, biblioteche, laboratori e presenza nei territori. “Telematica” definisce anzitutto una modalità di erogazione della didattica, spesso inserita in un modello fondato su rette, iscrizioni e sostenibilità economica.

L’università pubblica non è un distributore di crediti e titoli. È una comunità scientifica in cui didattica, ricerca e vita civile stanno insieme. Produce conoscenza, conserva competenze e mantiene strutture utili anche a chi non si iscrive. Vivere gli spazi universitari ha un valore sociale; permette di creare relazioni e reti professionali, favorisce l’associazionismo e la partecipazione.

L’università telematica risponde a bisogni reali; permette di studiare a chi lavora, vive lontano dalle sedi, ha responsabilità familiari o non può frequentare con regolarità. Questa flessibilità è utile, pur non coincidendo automaticamente con il diritto allo studio. La formazione a distanza richiede dispositivi, connessioni affidabili, tempo, autonomia, tutor, docenti disponibili e verifiche rigorose. Una raccolta di videolezioni, da sola, non basta a costruire un percorso universitario. Il digitale può facilitare l’accesso a materiali e seminari, consentire di recuperare lezioni e aiutare chi ha esigenze particolari. Dovrebbe però integrare l’esperienza accademica, non sostituirla.

Formarsi significa discutere, scrivere, ricevere correzioni, confrontare interpretazioni e lavorare con fonti, strumenti e persone. In archeologia, storia, restauro, medicina, professioni sanitarie, scienze sperimentali e discipline tecniche, laboratori, esercitazioni e attività sul campo non sono un dettaglio eliminabile con una piattaforma.

La questione non risiede, dunque, soltanto nella didattica; è una competizione tra soggetti che attraggono lo stesso bacino di studenti, ma sostengono costi, svolgono funzioni e rispondono a obblighi pubblici profondamente diversi. Gli atenei pubblici sostengono i costi di sedi, manutenzione, biblioteche, laboratori, residenze, servizi agli studenti, ricerca, dottorati, personale stabile e attività territoriali. Mantengono inoltre corsi con pochi iscritti o poco redditizi, sebbene necessari per tutelare il patrimonio culturale, garantire la formazione scientifica, sostenere i servizi sanitari e favorire lo sviluppo locale.

Le telematiche possono operare con strutture più leggere e costi inferiori per ogni nuovo iscritto. Tendono a concentrarsi nei settori più richiesti e più facilmente gestibili online, dove il numero degli studenti può crescere senza un aumento proporzionale delle spese. La loro attrattiva si fonda sulla flessibilità, sulla rapidità di accesso, sulla compatibilità con il lavoro e sulla possibilità di inserire più facilmente il percorso di studio nella vita quotidiana.

Sul sistema pubblico restano così le funzioni più costose e meno remunerative, mentre una quota crescente della domanda viene intercettata dall’offerta più conveniente. Quando diminuiscono le immatricolazioni negli atenei pubblici, soprattutto in quelli medio-piccoli e nelle sedi periferiche, non si riduce soltanto l’offerta formativa: si indeboliscono corsi, dipartimenti, biblioteche, laboratori, tirocini, attività di ricerca e competenze che una città o un territorio difficilmente possono ricostruire altrove.

Il problema, quindi, non riguarda solo i bilanci. Una competizione basata sulla capacità di attrarre iscritti può spingere gli atenei pubblici verso logiche commerciali, privilegiando i percorsi più facili da vendere. Lo studente rischia di trasformarsi in cliente e il titolo in un prodotto da ottenere nel minor tempo possibile.

Questo non significa che tutte le telematiche siano prive di qualità, né che chi studia online sia meno serio o meritevole. Non è tuttavia corretto mettere sullo stesso piano istituzioni che svolgono compiti differenti e sostengono oneri tanto distanti, richiamando soltanto il valore legale dei titoli: un atteggiamento intellettualmente comodo e politicamente miope.

La vera questione è allora questa: quale modello di università vogliamo difendere? Se l’istruzione superiore debba essere un bene comune da garantire oppure una prestazione individuale da acquistare; se le difficoltà di chi lavora debbano trovare risposte pubbliche solide oppure diventare un segmento di mercato.

La tecnologia può rendere lo studio più accessibile e inclusivo, a condizione che non sottragga risorse e iscritti al sistema pubblico. Servono investimenti stabili, un diritto allo studio adeguatamente finanziato, controlli rigorosi sulla didattica online e regole capaci di correggere una concorrenza squilibrata. Altrimenti l’aumento dell’offerta finirà per indebolire il solo sistema chiamato a garantire insieme formazione, ricerca, servizi e presenza nei territori, limitando anche lo sviluppo dello spirito critico e la crescita di cittadini consapevoli.

Il rischio è che l’espansione delle università telematiche riduca la formazione a un servizio da acquistare, impoverendo il confronto, la partecipazione e la funzione civile dell’università.

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