Le regole del caos: Università, mercato e ossessione della misura. Così la conoscenza diventa merce
Top

Le regole del caos: Università, mercato e ossessione della misura. Così la conoscenza diventa merce

l rischio di un'accademia governata dai numeri. Dalla dittatura delle pubblicazioni alla svalutazione delle scienze umane, la rincorsa a indicatori quantitativi e produttività soffoca la libertà di ricerca e la funzione sociale del sapere.

Le regole del caos: Università, mercato e ossessione della misura. Così la conoscenza diventa merce
La sfida sta nel bilanciare la valutazione quantitativa con il valore intrinseco della ricerca
Preroll

RedazioneOLTREilponte Modifica articolo

10 Settembre 2026 - 08.37


ATF

di Marco Valenti

Nell’ultimo quarto di secolo l’università pubblica italiana non è stata trasformata soltanto da nuove norme, riforme e assetti istituzionali. È cambiato anche il modo di immaginarla e di giudicarla; sempre più attraverso parole come competizione, produttività, internazionalizzazione, attrattività e premialità.

Verificare la qualità della didattica e del lavoro scientifico, così come l’uso delle risorse pubbliche, è necessario. Il rischio comincia quando la valutazione si riduce a una sequenza di indicatori e quando ciò che può essere contato finisce per apparire più importante di ciò che ha valore.

L’ateneo rischia allora di essere considerato sempre meno un’istituzione fondata sulla libertà della ricerca, sulla formazione critica e sulla condivisione del sapere. Assume piuttosto i tratti di un soggetto in competizione per studenti, finanziamenti, reputazione e classifiche. La stessa pressione investe dipartimenti, corsi di laurea e docenti, chiamati a produrre e rendicontare continuamente esiti traducibili in numeri.

È qui che emerge la mercificazione della conoscenza. Non significa rifiutare l’utile collaborazione con le imprese, il trasferimento tecnologico o il contributo dell’università allo sviluppo economico, quando rispettano l’autonomia della ricerca e l’interesse generale. Il problema comincia dal momento in cui corsi di studio, risultati scientifici e percorsi individuali vengono giudicati soprattutto in base alla loro capacità di generare profitti, brevetti e vantaggi competitivi.

Il dibattito europeo si sta interrogando sugli effetti di un sistema governato dagli imperativi della produttività, dell’eccellenza e dell’impatto. Fra i rischi vi sono la marginalizzazione degli studi privi di un ritorno commerciale, la pressione del “publish or perish”, pubblica o scompari, e la crescente dipendenza dai finanziamenti esterni. L’agenda scientifica può così finire per seguire le priorità dei bandi e degli investitori più che la rilevanza delle domande di ricerca.

La conoscenza deve certamente produrre ricadute sulla società, occorre però decidere quali riconoscere. Se l’impatto coincide quasi soltanto con il profitto o l’occupabilità immediata, resta fuori campo una parte essenziale della funzione universitaria: formare cittadini consapevoli, tutelare il patrimonio, comprendere fenomeni storici e sociali, contrastare la disinformazione e affrontare criticamente i problemi collettivi.

Questa logica investe anche la valutazione del lavoro scientifico, attraverso la bibliometria, l’analisi quantitativa di pubblicazioni e citazioni. Può offrire informazioni utili, ma diventa distorsiva quando viene assunta come misura automatica della qualità; quando il prestigio della rivista sostituisce la lettura effettiva di un lavoro; quando citazioni, “impact factor” e indici individuali decidono carriere e risorse.

Gli indicatori, inoltre, non si limitano a registrare ciò che viene prodotto, bensì finiscono per orientarlo. Se finanziamenti e avanzamenti dipendono da parametri standardizzati, ricercatrici e ricercatori saranno indotti a scegliere temi, tempi, lingue e sedi editoriali capaci di garantire il maggior vantaggio misurabile. La domanda rischia di non essere più quale problema meriti di essere studiato, bensì quale prodotto risulti più semplice da contabilizzare.

Le conseguenze appaiono evidenti nelle discipline umanistiche e storico-sociali. Qui la produzione di conoscenza richiede spesso tempi lunghi, lettura critica delle fonti e ricostruzione dei contesti. Un libro, un’edizione critica, una banca dati, uno scavo archeologico, la cura di un museo, lo studio di un archivio o il lavoro con le comunità possono avere un valore altissimo senza generare citazioni rapide né rivolgersi a un pubblico globale anglofono. Confondere l’eccellenza con la sola pubblicazione in inglese significa ignorare saperi decisivi per la cultura e la vita dei territori.

Nel 2022 la Commissione europea ha sostenuto l’Agreement on Reforming Research Assessment, in linea con i princìpi della DORA, la Dichiarazione di San Francisco sulla valutazione della ricerca; la qualità non può essere ridotta al numero delle citazioni o al prestigio di una rivista, va giudicata alla luce dei contenuti, del contesto disciplinare e del contributo scientifico e sociale.

CoARA, la coalizione europea per la riforma della valutazione, traduce questo orientamento in pratiche concrete, chiedendo di riconoscere, oltre agli articoli, dati, archivi, infrastrutture, attività didattiche, divulgazione, cura delle collezioni e collaborazione con le comunità. Anche l’UNESCO invita a privilegiare la qualità sulla quantità e a non usare le metriche editoriali come misura del valore delle persone. Vedremo i risultati, ancora però lontani.

Una valutazione più giusta non rinuncia al rigore, lo rende più autentico. Significa leggere i lavori, rispettare le differenze tra discipline e lingue, riconoscere i tempi della produzione scientifica e considerarne il contributo alla collettività. Le scienze umane non rappresentano un lusso nostalgico; sono indispensabili per comprendere le società, interpretare il presente, custodire il patrimonio e rendere il sapere accessibile e democraticamente condiviso.

Un’università che misura tutto, e non sa più riconoscere ciò che non è immediatamente convertibile in punteggio o profitto, non è più rigorosa, diventa più povera. E con essa si impoverisce la società che dovrebbe servire.

Facebook Comments Box

Autore

Native

Articoli correlati