di Carlo Nepi
Le introduzioni svolte in occasione della presentazione della mostra del nuovo masterplan del Santa Maria della Scala da parte del Sindaco Fabio, del Presidente della Fondazione Antico Ospedale Leone e dal curatore Molinari non suscitano alcun tipo di osservazione da parte mia, in quanto in massima parte condivisibili quanto a contenuti, suggestioni e complessivo tono e linguaggio. Il fatto stesso che sia stato sottolineato con fermezza che il nuovo percorso da delineare sarà collocato in assoluta continuità con il patrimonio di studi, approfondimenti, proposte e realizzazioni degli ultimi quaranta anni, costituisce già una nota di merito per il metodo pragmatico e laico con il quale si intende affrontare questa nuova fase. Il riconoscimento della qualità del lavoro svolto dall’ILAUD di Giancarlo De Carlo per quattro anni consecutivi (1984-1987) e dei progetti scaturiti dal concorso del 1990, in particolare di quello vincente di Guido Canali, suggerisce un atteggiamento propenso alla continuità progettuale basata sulla lettura e la comprensione dei luoghi così come sono giunti a noi, insieme alla volontà di non procedere con pregiudizi progettuali, rifiutando rigidità e soluzioni precostituite. Per formarsi un’opinione più compiuta sul piano/programma presentato molto dipenderà dagli sviluppi e approfondimenti di questo strumento di pianificazione che comunque, di per sé, già costituisce un positivo elemento regolatore per evitare, nel corso degli anni, interventi frammentari e sbandate occasionali. Le esemplificazioni progettuali proposte dai tre gruppi di progettazione scelti dalla curatela, i francesi Odile Decq e LAN e lo studio milanese Hannes Peer hanno il compito di mostrarci la prima concreta, se non definitiva, interpretazione di questa strategia. Mi pare si tratti ancora di suggestioni confortate dal consueto linguaggio-rendering, tesi più a comunicare l’atmosfera degli spazi che la loro reale morfologia e consistenza. Ovviamente, e legittimamente, si tende a forzare un po’ sulla riconoscibilità del marchio e della propria impronta, ma mi pare prematuro occuparsene.
La questione vera, al di là di ogni condivisibile dichiarazione d’intenti e lodevole premessa metodologica, è quella di comprendere con chiarezza quale sia il destino culturale e urbano al quale si intende consegnare questo brano di città. L’uso retorico che da decenni si fa della definizione “città nella città” ha, in realtà, una sua pregnanza nel fatto che non di edificio si tratta ma di una concrezione di tessuti urbani ed edilizi cresciuti su se stessi, progressivamente stratificatisi, continuamente modificati e mutilati, che hanno inglobato e digerito di tutto, da strade a mura urbane, a edifici di varia misura e natura. Il rapporto dell’antico Spedale con la città non è mai stato quello di un edificio, per quanto grande, con la compagine che lo contiene, si tratta semmai di un frammento di quella stessa compagine di cui quel concentrato di architettura conserva il DNA.
La piattaforma che taglia orizzontalmente il complesso architettonico, posta al livello della piazza del Duomo, costituisce di fatto il prolungamento all’interno dello Spedale di quello spazio pubblico e divide il complesso in un sopra e un sotto, definendo così due mondi diversi che si intersecano secondo logiche non preordinate e tutte da scoprire. Qualsiasi progetto rigidamente precostituito troverebbe quindi grandi difficoltà a adattarsi a questa complessa struttura costituita da intense sequenze di spazi delle più diverse forme e dimensioni (indifferentemente enormi ed estremamente ridotti) e ancora maggiore difficoltà a aderire ad una organizzazione di percorsi e collegamenti così complicata ed erratica.

La maggiore difficoltà per chiunque affronti l’idea di riorganizzare funzionalmente l’antico Spedale sta nell’ individuare, per ogni occasione, in ognuno dei punti di intervento, il suo livello di legittimità a trasformare, che non significa divieto assoluto di trasformazione e tantomeno contrarietà all’introduzione dei linguaggi contemporanei (unica lingua parlabile in architettura, anche nel restauro); significa però entrare in possesso della chiave interpretativa del patrimonio di informazioni, materiali e non, che aiuti a leggere i segni fisici impressi nei muri dalle secolari modificazioni e dal variare degli usi, non meno che il racconto della storia di quanti in quegli spazi hanno vissuto. Un intero popolo qui ha avuto i natali, ha conosciuto la malattia, ha praticato la cura, ha incontrato la morte.
Questa chiave non si può portare da casa, va forgiata all’interno della ‘balena’, secondo i suggerimenti e le indicazioni che possono sortire solamente da un’approfondita lettura e consapevole interpretazione dei fenomeni leggibili. L’obiettivo di qualsiasi futura progettazione, ma mi pare che ciò sia ben presente ai progettisti attuali, non può essere che quello di mantenere intatta l’enorme consistenza del manufatto senza ridurlo ad un convenzionale edificio. Va favorita al massimo la compresenza di più funzioni – da vedere quali e come organizzate – da ospitare laddove la vocazione dello spazio lo consenta, senza forzature o inutili mutilazioni, ma rendendo le nuove attività facilmente accessibili a chiunque, attraverso il potenziamento della natura pubblica di gran parte del piano alla quota della piazza Duomo.
Nella mia memoria di ragazzo è impressa l’immagine del “Passeggio” brulicante di persone: famiglie in visita, gendarmi, infermieri, garzoni di bottega, venditori ambulanti, suore, medici e malati in pigiama. Un affresco di vita urbana e civile non paragonabile all’atmosfera che si respira in un qualsiasi edificio istituzionale irrigidito da regole e divieti. Il piano che divide le due metà del complesso dovrebbe mantenere questa sua natura democratica e pubblica; chiunque vi entri e vi passeggi dovrebbe riscoprire, senza troppo sforzo, la vita che nei secoli si è svolta all’interno di questi spazi e, girando come si passeggia in città, da curioso flaneur, lasciarsi svelare le meraviglie di una storia millenaria che ancora continua in quanto punto e momento cruciale della costruzione della città, non meno che del territorio agricolo e del paesaggio che le sta intorno.
Pare ovvio ormai dire che la vocazione indiscutibile del Santa Maria della Scala non possa essere che quella di un grande polo culturale legato, in primo luogo, alla propria storia e a quella della città, principalmente nell’accezione della sua specificità figurativa e urbanistico-architettonica, nello stretto intreccio tra conservazione, studio e ricerca, attività di restauro, artigianati di qualità, divulgazione e accoglienza turistica.
Nel 1986 – quaranta anni fa esatti – nei laboratori dell’ILAUD, ospitati all’interno del Santa Maria della Scala, studenti e docenti di una decina di Scuole di Architettura provenienti da varie parti del mondo si esercitarono nella progettazione di un auditorium musicale, suggerendo che la musica poteva costituire un altro dei materiali culturali da ospitare nel nuovo “Grande Museo” andando così ad arricchire anche l’offerta delle attività complementari che già facevano parte del programma di lavoro messo a punto negli anni precedenti.
Il luogo individuato per la sua collocazione era quello degli antichi orti, sulla via del Fosso di S. Ansano, dove era stata edificata, negli anni ’50, una banale palazzina destinata ad ospitare le camere di degenza a pagamento. Quella posizione consentiva di riempire un vuoto strettamente legato al tratto di massima relazione tra Antico Spedale e campagna, aggiungendo una nota architettonica contemporanea al fronte più interessante e ricco di informazioni e trasformazioni di tutto il complesso, per l’appunto quello affacciato su quel limite urbano.
Una delle bozze di progetto presenti nella mostra appena inaugurata ripropone l’introduzione di questa infrastruttura musicale riconoscendo, giustamente a mio parere, nella musica un elemento di arricchimento più che appropriato da aggiungere al panorama delle altre attività, così da potenziare i legami di relazione con la città.
L’auditorium è previsto all’ottavo livello, sulla copertura nell’angolo tra la Piazzetta della Selva e il Fosso di S. Ansano. Si tratta di un cospicuo volume che trova posto sulla sommità delle maniche perpendicolari al “Passeggio” demolendone i setti portanti e posizionandosi in una posizione semi-incassata tra i tetti, all’altezza giusta per segnalare la propria presenza, oltre il profilo delle coperture, con il classico colore rosso-Decq.
Una volta accettata dalla committenza pubblica l’idea dell’introduzione delle attività legate alla musica e quella di aggiungere al Santa Maria della Scala l’Auditorium da 500 posti, sarà il caso di discutere della sua ubicazione.
Alle cose indubbiamente intelligenti e percorse da notevoli dosi di sensibilità e onestà intellettuale dette nel corso della presentazione – che ho apprezzato – non sono certo, ma è solo la mia opinione, di avere visto seguire adeguate conseguenze sul piano architettonico.