di Pippo Lambardi
Archiviati i Mondiali, abbiamo salutato pure una delle poche certezze dell’estate europea: il Tour de France.
Tre settimane durante le quali milioni di persone, anche chi non saprebbero distinguere una mountain bike da una bici da strada, finiscono per soffermarsi davanti alla tv a osservare una salita alpina, una fuga impossibile o un gruppo che attraversa un bel villaggio francese di cui ignoravano l’esistenza.
Il Tour 2026 si è concluso ieri sera sugli Champs-Élysées e, come spesso accade, lascia una sensazione curiosa. Non quella della sorpresa, perché il vincitore annunciato era probabilmente il più annunciato di tutti, ma quella di aver assistito a qualcosa che va oltre il semplice risultato sportivo.
Ha vinto Tadej Pogacar. Ancora lui.
Detta così rischia quasi di sembrare una notizia scontata. In realtà è l’esatto contrario. Perché il “missile” sloveno continua a vincere nel modo meno noioso possibile, arrivando finanche a fare il gregario nei momenti, anche nell’ultima settimana, dove la Emirates è apparsa in difficoltà. In un ciclismo sempre più dominato da preparazione scientifica, dati, algoritmi, wattaggi e strategie elaborate al computer, Pogacar corre come se appartenesse a un’altra epoca. Attacca quando i “tecnici” direbbero di no, accelera dove altri attendono, rischia quando avrebbe tutto l’interesse a non farlo.
E infatti il suo quinto Tour de France — il più giovane di sempre a raggiungere questo traguardo — non assomiglia alle vittorie dei grandi dominatori del passato. Assomiglia, grazie anche ai tracciati voluti dall’organizzazione, a una collezione di giornate memorabili.
La prima settimana aveva già raccontato molto, fin dal meraviglioso avvio catalano. I Pirenei inseriti immediatamente nel percorso hanno costretto i favoriti a scoprirsi quando normalmente sarebbero ancora impegnati a studiarsi. A Les Angles e poi sul versante di Gavarnie-Gèdre si è visto il copione che avrebbe accompagnato l’intera corsa: Pogacar davanti — maestoso sul Tourmalet — e gli altri a cercare di limitare i danni.
Ma il Tour 2026 non è stato soltanto una questione di classifica generale. È stato il Tour delle tappe che sembravano classiche monumento travestite da frazioni di un grande giro. Quello di Mathieu van der Poel che trasforma una giornata apparentemente ordinaria in uno spettacolo e quella che banalmente viene definita “passerella d’onore” in una delle frazioni conclusive più belle di ogni epoca. Quello di Mads Pedersen che continua a fare il mestiere più difficile del ciclismo moderno: essere contemporaneamente velocista, passista e uomo da fughe. Quello di Isaac Del Toro che, a ventidue anni, dà l’impressione di essere già pronto — coccolato alla grande da Pogacar — per raccogliere un’eredità che oggi sembra ancora lontana.
Ogni Tour, poi, ha bisogno di una tappa destinata a rimanere nella memoria collettiva. L’edizione 2026, non poteva essere altrimenti, ha trovato la sua nel primo passaggio sull’Alpe d’Huez. Perché l’Alpe d’Huez non è soltanto una salita. È un luogo della geografia sentimentale dello sport europeo. Un anfiteatro in cui si sono consumate alcune delle pagine più celebri della storia del ciclismo. E vedere Pogacar attaccare anche lì, quando la corsa era ormai saldamente nelle sue mani, è stata forse la rappresentazione più fedele del personaggio. In poco più di mezz’ora ha fagocitato un record che resisteva da trentuno anni, realizzato da un campione che ci manca tremendamente: Marco Pantani.
I numeri aiutano a capire la dimensione dell’impresa, ma fino a un certo punto. Vincere cinque “giri di Francia”, come si dice in campagna, significa raggiungere Anquetil, Merckx, Hinault e Indurain. Tadej Pogacar entra in una stanza dove i posti disponibili sono pochissimi e quasi tutti occupati da monumenti della storia sportiva del Novecento. Eppure la sensazione è che i numeri, da soli, non bastino a spiegare questo fenomeno.
Anche perché il ciclismo, a differenza di molti altri sport, continua a vivere di racconto.
E qui vale la pena spendere qualche parola per chi questo racconto lo ha costruito giorno dopo giorno. Gli appassionati italiani hanno avuto la possibilità di seguire il Tour attraverso due modalità differenti ma pure complementari. La Rai, con la sua tradizione quasi pedagogica, capace di parlare al tifoso occasionale e a quello competente, con inviati disseminati lungo il percorso e una redazione che fa della presenza fisica sui luoghi della corsa un dovere ineludibile. Eurosport, invece, ha offerto il lato più specialistico e tecnico, quello delle analisi approfondite, delle statistiche, dei dettagli tattici — compresi tormentoni e divertissement — con toni moderni che spesso sfuggono all’occhio meno allenato ma che sanno coinvolgere anche le nuove generazioni.
In un panorama mediatico che tende a comprimere tutto in pochi secondi e in qualche video verticale da social network, il Tour continua a rappresentare una forma di resistenza culturale. Bisogna avere pazienza per seguirlo. Bisogna accettare che una fuga possa impiegare ore per arrivare a definirsi. Bisogna persino tollerare momenti di apparente noia.
Ma è proprio lì che si nasconde il suo fascino.
Perché il Tour non è soltanto una gara ciclistica. È una lunga storia d’estate che si sviluppa giorno dopo giorno. È un romanzo a puntate che attraversa montagne, campagne, città e villaggi. È uno degli ultimi eventi sportivi che chiedono allo spettatore di dedicare tempo anziché consumare contenuti.
Quest’anno il protagonista, l’abbiamo già detto, aveva il volto sorridente di Tadej Pogacar, anche perché le assenze e i colpi di scena sono stati pesanti: la mancata presenza ai nastri di partenza di un jolly assoluto come Wout van Aert, i dolorosi ritiri di Jonas Vingegaard, costretto alla resa dopo una rovinosa caduta durante la seconda domenica di gara quando finalmente la strategia della Visma pareva funzionare, e di Florian Lipowitz, terzo classificato nel 2025. Ciononostante, il valore spettacolare della competizione è rimasto elevatissimo grazie alle prestazioni di campioni straordinari: Remco Evenepoel, 2° in classifica finale, ha messo in mostra una precisione millimetrica nelle prove contro il tempo (favoloso nella crono a Thonon-les-Bains) e una caparbietà encomiabile sulle grandi montagne al netto di qualche gesto plateale di stizza; di van der Poel abbiamo già detto; Richard Carapaz, invece, ha nobilitato le frazioni alpine, su tutte la penultima e tremenda tappa, con attacchi generosi e privi di calcoli tattici che l’hanno portato ad una splendida maglia a pois.
Il bilancio finale regala inoltre indicazioni importanti per il futuro del ciclismo internazionale. La Francia ha forse trovato il suo nuovo beniamino in Paul Seixas, il quale, alla sua primissima apparizione alla Grande Boucle, a soli diciannove anni, è riuscito a conquistare un ottimo quarto posto nella classifica generale, dimostrando una tenuta mentale e atletica da veterano sulla quale la nazione transalpina ripone ora immense aspettative.
Il vero vincitore, ancora una volta, è stata quella straordinaria macchina narrativa che da oltre un secolo accompagna le estati europee e che continua a chiamarsi, semplicemente, Tour de France.