Dover tornare sullo stesso argomento a distanza di pochi giorni non è buona cosa. E non per la ripetitività, ma per l’argomento in sé.
Dopo i tredici studenti senesi delle chat nazifasciste, scoperti e denunciati, le indagini dei carabinieri hanno individuato i responsabili dell’incendio della Casa del Popolo di Abbadia di Montepulciano, avvenuta nell’autunno dell’anno scorso. Ingente era stato il danno economico, rilevante quello della perdita di documenti d’archivio e cimeli.
E anche qui, nell’abitazione di uno dei due autori del gesto, sono spuntate bandiere con la svastica.
Inevitabile non andare con la mente ad un secolo fa, agli assalti, incendi, devastazioni (seguite da esproprio e trasformazione in Case del Fascio) delle Case del Popolo della Provincia di Siena (compresa quella di Abbadia di Montepulciano) effettuate dagli squadristi fra il 1920 e il 1922.
Conosco bene l’obiezione: si tratta di un richiamo esagerato, di una forzatura storica, di una suggestione sbagliata perché è impensabile nell’Italia di oggi ad un ritorno delle camicie nere, dei manganelli, dell’olio di ricino.
E infatti, in questi termini e nel breve periodo, non ci penso neppure io. Penso però anche che con argomenti così “saggi” si finisce per sottovalutare e rimuovere rapidamente dalle cronache e dal dibattito pubblico fatti che pure si sono moltiplicati (dall’assalto alla Cgil di Roma di qualche anno fa alla Casa del Popolo di Abbadia di Montepulciano), soprattutto sminuendo in modo sistematico la portata del contesto culturale in cui sono maturati.
Anzi, alimentandolo con narrazioni distorte sulla dittatura fascista che avrebbe fatto cose buone, e con la diffusione a piene mani di concetti, parole, simboli ispirati al razzismo, al nazionalismo esasperato, al mito dell’uomo (donna) forte in grado di superare d’un balzo le inevitabili lungaggini del sistema democratico parlamentare, progressivamente corroso dall’interno con l’uso spregiudicato della libertà che garantisce.