Razzismo fascista e la fatica di Sisifo
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Razzismo fascista e la fatica di Sisifo

I tredici ragazzi senesi denunciati per le chat nazifasciste. Per capire bisogna guardare sotto il nostro naso.

Razzismo fascista e la fatica di Sisifo
Fonte: Questura di Siena
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Alessandro Orlandini Modifica articolo

21 Maggio 2026 - 19.09


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Ma che ci troveranno di attraente nel fascismo e nel nazismo tredici studenti senesi, tutti ben inseriti nel ceto medio di una città “tranquilla”?

Cosa li spinge a collezionare immagini di Benito Mussoini e svastiche hitleriane? A adorare due personaggi che scatenarono la più grande guerra che l’umanità abbia combattuto (corredata dallo sterminio degli ebrei), crepandoci da sconfitti, uno fucilato e l’altro suicida? A creare chat dai contenuti razzisti in cui si prospettano spedizioni violente contro i “diversi” per pelle, religione, inclinazione sessuale? A procurarsi tirapugni e un’arma da fuoco? A diffondere pedopornografia come condimento velenoso di questa triste esibizione di simboli e pensieri?  

Risposte si possono trovare nella psicologia dell’età evolutiva: infrangere regole e scioccare, ritagliarsi un’identità estrema per gridare io esisto, attrarre e sottomettere gli altri facendo vedere quanto si è cattivi e quanto non si ha paura della cattiveria.

Tutte pulsioni che, dicono alcuni, passano o si attenuano con la crescita e il trascorrere del tempo.

C’è da sperare che sia così. Ma c’è anche da temere il contrario. Perché idee e comportamenti possono, invece, cristallizzarsi.

L’indagine nella sfera psicologica individuale non basta, tuttavia, a spiegare. Bisogna ricorrere anche al contesto culturale e politico che con essa interagisce e ne è a sua volta influenzato.

Abbiamo un Presidente della Repubblica che esercita con costanza un’opera pedagogica sui valori della Costituzione, sulla democrazia, sul dialogo, sulla tolleranza. Abbiamo avuto un Papa che sulla fratellanza ha imperniato la sua predicazione. E ne abbiamo uno che sembra avviato sul medesimo sentiero. Abbiamo docenti impegnati, anno dopo anno, a insegnare nelle scuole la storia del Novecento, a indicarne i terribili errori-orrori, a spiegarne la complessità delle cause, a mettere a fuoco i personaggi e i movimenti che li determinarono.

E dunque, da dove spuntano fuori quei tredici studenti? Sono pesci da piccolo acquario da salotto oppure nuotano in un ampio mare? Quale brodo di cultura li ha allevati? Quali i messaggi, le informazioni, le immagini di cui si sono nutriti?

Per saperlo basta fare la cosa spesso più difficile, cioè guardare sotto il nostro naso.

Sono gli slogan e gli insulti razzisti che dalle curve di molti stadi si propagano nel parlare quotidiano, banalizzando e al tempo stesso esaltando l’odio. Sono le false informazioni di carattere politico e storico (miranti allo sdoganamento, variamente motivato, del fascismo e del nazismo), diffuse a piene mani sul web, e spacciate come vere con un costante rovesciamento della realtà, da centrali dell’estrema destra internazionale. Sono le risposte semplificate e distorte a problemi complessi, usate da tanta politica e molto giornalismo, che inducono a individuare un nemico (volta per volta, lo studente “terrone” fuorisede che “ruba” agli autoctoni le case nei centri storici, il negro o il balcanico che “portano via” il lavoro, l’islamico che prega, mangia, veste in modo diverso da noi) a cui attribuire le colpe di tutto ciò che realmente non va o che semplicemente non ci piace. Come avvenne per tanti secoli, ed anche di recente (nel Novecento appunto), con gli ebrei ed altre minoranze.

È infine l’estremizzazione esibita del senso dell’identità cittadina, l’assolutizzazione, propria di ogni nazionalismo radicale declinato in termini municipali, del pur naturale senso di appartenenza a un territorio e ad una comunità. Non so a voi, ma a me è capitato di sentire giovani senesi che, ai canti tradizionali della città, alternavano canzonette fasciste o comunque discriminatorie, proprio perché vittime e propagatori di una visione del genere.

E badate bene, l’esperienza di chi insegna nelle scuole più multietniche, ci racconta che quest’onda non ha un solo colore, “bianco” e “occidentale”. Al contrario, porta su di sé anche quelli delle comunità di immigrati, le quali, anziché essere unite, come si potrebbe pensare, dalla comune condizione difficile e precaria, si disprezzano l’una con l’altra.

Di fronte al rotolamento di questo macigno (di cui i tredici ragazzi senesi rappresentano un granellino), che trascina sempre più in basso la coscienza civile democratica, non c’è un rimedio stabile e definitivo. C’è solo la possibilità di un contenimento, di un puntellamento attraverso una costante iniziativa di contrasto culturale e solidaristico, fatta di parole e di azioni positive.

Una fatica di Sisifo, si dirà. Ma se Sisifo non tornasse ogni volta a spingere il macigno verso l’alto, tenendolo lassù almeno per qualche secondo, quello rimarrebbe sempre laggiù, nel nero del fondo. E avrebbe vinto lui.

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