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Giorgio Giorgetti: il ricordo di uno storico marxista

Alle stanze della memoria un pomeriggio per parlare dell’opera di un illustre studioso delle agricolture italiane e della mezzadria toscana.

Giorgio Giorgetti: il ricordo di uno storico marxista
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di Alessandro Orlandini

Un intellettuale organico, rigoroso nel suo mestiere di storico dell’economia e dell’agricoltura in particolare, ma anche impegnato politicamente nel PCI al fine di cambiare lo stato di cose presenti a vantaggio della classe operaia e dei ceti subalterni. Un intellettuale che divideva il suo tempo fra archivi e biblioteche da una parte, comizi, volantinaggi, insegnamento dei rudimenti di economia politica e di marxismo nelle scuole di partito dall’altra.

È questo, in sintesi, il profilo di Giorgio Giorgetti che è emerso nel ricordo a cinquanta anni dalla sua scomparsa organizzato alle Stanze della Memoria di Siena (ex Casermetta) dall’Istituto storico della Resistenza senese e dall’Associazione culturale La Quercia-Asmos nel pomeriggio di ieri, con interventi di Pietro Clemente, Rossano Pazzagli, Simonetta Soldani, Duccio Balestracci, Alessandro Orlandini, Giulio Guazzini.

Nato a Barga nel 1928, Giorgetti frequentò la Scuola normale superiore di Pisa, dove conseguì il diploma di licenza in storia e storia del diritto nel 1949 sotto la guida di Delio Cantimori.

Studioso dell’opera di Marx in lingua tedesca, dopo un periodo di insegnamento nei licei, approdò a Siena dove, agli inizi degli anni Settanta, ebbe l’incarico di Storia economica nella facoltà di Giurisprudenza e, in seguito, nella facoltà di Lettere e Filosofia.

Alto, di carnagione chiara, con un rapporto ridente verso gli altri, amante della buona cucina, nel 1958 si era sposato con Anna Meoni, conosciuta manco a dirlo, in biblioteca a Firenze. Il matrimonio, nel palazzo comunale in Piazza del Campo, era stato civile. La sua famiglia, molto cattolica, non vi aveva preso parte.

Le sue principali pubblicazioni furono “Contadini e proprietari nell’Italia moderna. Rapporti di produzione e contratti agrari dal secolo XVI a oggi” (Einaudi) e, postumo, “Capitalismo e agricoltura in Italia” (Editori Riuniti), due libri che si inserivano nel solco degli studi di altri eminenti storici quali Emilio Sereni, Giorgi Mori, Mario Mirri.

In entrambi, seguendo con taglio giuridico la traccia dell’evoluzione della contrattualistica, Giorgetti delineò una storia complessiva dell’agricoltura italiana, o meglio delle molteplici agricolture, a partire dall’età moderna fino al Novecento del secondo dopoguerra e del boom economico, descrivendo a tutto tondo rapporti di produzione e tradizioni, strutture familiari e cultura materiale dalla cascina lombarda, al latifondo meridionale, alla mezzadria toscana.

Proprio alla mezzadria, alla sua evoluzione dal medioevo all’Ottocento, al suo progressivo estendersi dai terreni fertili di pianura e di bassa collina a quelli, per parlare del territorio senese, difficili come le Crete e il Chianti, alla sua durata secolare, Giorgetti dedicò un’attenzione particolare, arrivando a descriverne la rapida dissoluzione nell’ambito del grande esodo contadino degli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento, con una impostazione in cui la serietà dell’indagine storica era indirizzata a fornire una base di conoscenza per affrontare le contraddizioni, le persistenti ingiustizie, i complessi problemi del presente del mondo agricolo.

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