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Siena, il Palio

Un articolo del professor Franco Cardini sulla festa senese. Una lettura capace di far comprendere il significato di questa festa cittadina anche lontano dalle mura. Una dedica particolare alla famiglia Bani.

Siena, il Palio
Foto di Augusto Mattioli
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di Franco Cardini

Dedicato alla famiglia Bani

Dominare il tempo, come dominare lo spazio, è un antico problema antropologico di qualunque società: a questo servono i calendari e gli annali, vere e proprie mappe cronologiche. E lo strumento principale per ordinare il tempo, le stagioni, i mesi conferendo loro un senso secondo un codice “ciclico” in grado di qualificarne il carattere è la festa. In tutti i sistemi calendariali che conosciamo i giorni sono distinti in ordinari, destinati al lavoro e alla vita quotidiana, e speciali, dedicati a quella dimensione in un modo o nell’altro connessa con quel che Rudolf Otto ha definito “il Sacro”.

Già i romani distinguevano rigorosamente tra il dies festus, tempo sacro dedicato al rito e/o al riposo, e la feria, tempo ordinario della vita quotidiana e dei qualunque forma di produzione: peraltro la Chiesa dispose invasivamente che ogni giorno dell’anno fosse dedicato a un santo: e dal momento che ciascun santo ha un centro demico, un santuario, un’attività professionale o un essere umano che gli sono dedicati e di cui sono “patroni”,   qualunque giorno dell’anno è o può trasformarsi in dies festus per qualcuno o per qualcosa.

Nella nostra cultura, peraltro, non esistono soltanto le feste religiose. Vi sono anche quelle pubbliche o comunitarie e addirittura quelle familiari o strettamente personali, private. Molte sono infine le occasioni per “far festa”: per comportarci cioè, in momenti e circostanze particolari, come se fosse festa.

Caratteristico dei giorni festivi è, rispetto a quelli ordinari, un differente uso del tempo, della propria persona, dell’atteggiamento, dell’abbigliamento, dei codici alimentari. È caratteristico della festa quella che in termini antropologici (e lontano dalle accezioni più comuni del termine) è definibile come “orgia”: il consumo speciale, sovente smodato e funzionalmente immotivato, del cibo, delle bevande, addirittura degli atteggiamenti.

Altro aspetto abituale della festa è l’apparato dei gesti, degli oggetti e degli atteggiamenti simbolici a ciascuna di esse collegati. La festa può essere anche un momento pericoloso, nel quale si scatenano impulsi aggressivi a loro volta peraltro spesso ritualmente collegati.

Ulteriore connotato, che richiama ancora una volta il campo religioso, è quello dello spazio calendariale della festa: se è difatti vero che tra giorni festivi e giorni feriali v’è un netto distacco tanto qualitativo quanto esistenziale, non meno vero è che esistono giorni o addirittura periodi (vigilie, tridui, settimane, talora lunghi periodi come l’Avvento e la Quaresima) in cui ci si prepara alla festa o se ne gestiscono esiti e residui. Tali periodi possono essere contraddistinti da fasi e momenti penitenziali (come astinenze o digiuni) e da elementi di anticipazione della stessa festa.

Ecco: abbiamo in altri termini, servendoci di esempi, modelli e argomenti generali facilmente riscontrabili in qualunque società e in ogni sistema culturale, descritto quasi alla lettera il Palio di Siena: il suo carattere calendariale connesso con l’estate (nella Toscana meridionale della tradizione momento solitamente dedicato alla transumanza dei bovini dai pascoli alti alle aree marine).

Palio è parola derivante dal latino pallium, in età romana capo di abbigliamento onorevole passato poi a divenire tipico dei vescovi; una sorta di sciarpa. Esso era sovente di tessuto prezioso e come tale premio di gare di vario genere, spesso corse di cavalli o battaglie simulate. Il celebre “Palio Verde” era ad esempio una corsa a premi caratteristica della città di Verona: se ne ricorda anche Dante nel XV Canto dell’Inferno (versi 121-124) per descrivere il movimento dei dannati sodomiti

A Siena il Palio è festa cittadina, che i senesi tendono a imporre come tipica ed esclusiva delle circoscrizioni (“contrade”) intraurbane, collegata senza dubbio a un’età alquanto arcaica e agli usi connessi con la transumanza: tanto che esso si correva primitivamente “alla lunga” (cioè seguendo un itinerario viario-stradale), prima che si passasse alla Piazza del Campo e alla gara percorsa “alla tonda”, in circolo. Protagonisti erano i bravi buoni bufali maremmani, le mandrie dei quali si trovavano  nelle prima settimane d’estate a salire verso la dorsale predappenninica-appenninica con i loro ancor dolci e verdi pascoli abbandonando le magre umide ma anche polverose praterie maremmane piene di zanzare facile preda delle febbri stagionali (“…tutti mi dicon Maremma, Maremma – ma a memi pare una Maremma amara…”).

Là si correva sui bufali montati “a pelo”, poi sostituiti dai cavalli mano a mano che la festa, da pastorale, si mutava in comunale e guerriera.  Si scelsero presto, forse subito, le festività adatte a mettere la festa sotto l’egida di Maria: Sena era ed è, non a caso, Civitas Virginis. E allora il Palio divenne per eccellenza la festa della Vergine d’Estate: Maria era difatti venerata con ardore particolare nelle fatidiche Idi d’agosto (le Feriae Augusti. Il Ferrragosto), con il “Palio dell’Assunta”, il giorno dopo l’Assunzione, cui si accostò anche il 2 luglio sacro alla “Madonna di Provenzano”.

Alquanto di rado, e non da tutti i senesi graditi, si corre anche in circostanze eccezionali il Palio “straordinario”  di settembre in occasione della Nascita di Maria, celebrata appunto nel qiorno centrale del periodo “mensile-lunare” di agosto-settembre, l’8 settembre, nella notte precedente il quale la Stella principale della costellazione appunto della Vergine, la cosiddetta “Spiga” – che nell’iconografia mariana tradizionale orna il marforion, il manto azzurro “oltremarino” dai riflessi purpurei di cui essa è fasciata – sfolgora (si dice) in modo speciale.

Il vero protagonista della Festa è comunque lui: il Cavallo. Amato, valutato, coccolato, sorvegliato, infine solennemente benedetto prima della gara nella chiesa di contrada (“Va, e torna vincitore”), che può vincere anche come “cavallo scosso” se arriva da solo a tagliare il traguardo, senza il suo fantino caduto sul tufo del micidiale anello del Campo. Il cavallo, che la contrada grazie a lui baciata dalla gloria accoglie da trionfatore a capotavola del banchetto della Vittoria. 

Il Palio è la festa di due, occasionalmente tre giorni: ma – come dicono i senesi, “dura tutto l’anno”. Tra feste di contrada, eventi culturali o enogastronimici, gare e contese, qualche occasionale scazzotta (ma quelle vere si riservano ai veri giorni del Palio), anche momenti d’intensità civica e assistenziale. La contrada è uno strumento formidabile di autocontrollo civico-sociale: a Siena, pare davvero che anche grazie al controllo incrociato delle contrade il traffico della droga si sia affermato notevolmente meno che altrove. E anche in ciò il Palio – spesso imitato, mai eguagliato in forme diverse da varie città italiane ed europee – resta il vanto e la gloria di Siena.

Molti non senesi, o senesi solo in parte, sinceramente ambiscono a venir considerati dei “contradaioli di complemento”. Più o meno benevolmente tollerati, mai però del tutto accettati. Ve lo dice uno di loro: e tacerò il  nome della gloriosissima contrada che in minimissima misura è mia dati i molti parenti ed amici che la mia famiglia vi conta da molto tempo. Lo tacerò: ma la tengo sempre nel cuore e  viva viva viva sempre l’Infamona (“alzando gli occhi al cielo – la viddi una stellina – era l’Ochina prima e nessuno l’arrivò”). 

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