Non sono le ragazze a doversi nascondere
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Non sono le ragazze a doversi nascondere

Alcune riflessioni in margine al panico scatenato per voci impazzite e rimbalzate su possibili gruppi di molestatori in città e nelle scuole. La paura delle ragazze non è un effetto collaterale da liquidare, ma una realtà di cui la comunità adulta deve farsi carico.

Non sono le ragazze a doversi nascondere
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Lucia Maffei Modifica articolo

25 Ottobre 2026 - 07.24


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La vicenda è nota, ha avuto spazio sui giornali e anche su questa testata. Forse, però vale la pena tornarci sopra per fare qualche considerazione. Nei giorni scorsi sono circolate voci e messaggi in chat su possibili presenze, non meglio definite, di gruppi di adolescenti, presumibilmente maschi, pronti a compiere violenze e molestie, fino a veri e propri stupri, anche nella nostra città. Le forze dell’ordine sono state allertate, come è giusto che sia. Ma intanto si è diffuso lo sgomento tra le ragazze e le loro famiglie, alimentato anche da alcune comunicazioni scolastiche poco felici nei modi e nei toni.

Sono abbastanza sicura che, se le chat avessero parlato soltanto di possibili tafferugli, la questione sarebbe rimasta nell’ambito delle competenze delle forze dell’ordine. Ma si parlava di molestie contro le ragazze, e questo ha scatenato il panico. Alcune sono state tenute a casa, altre si sono rifiutate di andare a scuola, altre ancora non si sentivano sicure neppure ad andare alla toilette dell’istituto.

Perché tanta paura? Perché la violenza sessuale non è una minaccia qualsiasi. Dal ratto delle Sabine alla guerra di Troia, dal mito alla cronaca, la sopraffazione del corpo femminile attraversa la storia e abita la memoria delle donne, spesso fin dall’infanzia. La frase «non accettare nulla dagli sconosciuti», che tante madri — più dei padri, verrebbe da dire — hanno ripetuto almeno una volta alle proprie figlie, è una specie di codice segreto: non spiega tutto, ma lascia intendere moltissimo. Insegna a stare in guardia prima ancora che le bambine sappiano davvero da che cosa devono guardarsi.

Ecco perché, quando arriva dalla scuola una comunicazione ufficiale che prospetta la possibilità di violenze, l’allarme è inevitabile. A meno che quel messaggio non sia accompagnato da un altro, altrettanto chiaro: la scuola è un luogo sicuro e l’istituzione educativa farà fino in fondo la propria parte per proteggere chi la frequenta.

È questo, in fondo, che chiediamo alla scuola: far sentire al sicuro tutte e tutti. Ma la scuola non è fatta soltanto di edifici, cancelli e regolamenti. È una comunità composta da docenti, studentesse e studenti, personale tecnico e amministrativo. E una comunità educante ha il compito di costruire coesione, non di lasciare che la paura isoli ciascuno nel proprio angolo.

In una situazione come questa, è l’intera comunità a doversi fare carico della protezione di chi potrebbe trovarsi in pericolo, anche soltanto in via ipotetica. Le studentesse non possono essere lasciate sole a gestire una paura che, oltre ad avere radici profonde nella nostra storia e nella nostra cultura, purtroppo fa ancora parte dell’esperienza quotidiana. Anche nella nostra città, come suggerisce il raddoppio delle richieste di aiuto al Centro antiviolenza Donna chiama Donna nell’ultimo anno.

La minaccia di violare il corpo di una persona non è come la minaccia di sfondare una vetrina. E non parlo, naturalmente, della diversa qualificazione penale dei due atti: parlo del loro significato. La minaccia sessuale è già una forma di violenza, perché invade lo spazio di libertà di chi la subisce e le impone di modificare i propri comportamenti per difendersi. È una questione che interpella direttamente gli uomini: i compagni di classe, di sport, gli amici, ma anche gli educatori e le famiglie. Il messaggio che noi adulti dobbiamo lanciare è semplice: “non siete voi ragazze a dovervi nascondere, a rinunciare a frequentare certi luoghi, tanto meno alla scuola. Non siete sole”.

E forse da questa vicenda può nascere anche qualcosa di positivo. Alla faccia di un governo che sembra riconoscere agli adolescenti la capacità di intendere e di volere soprattutto quando si tratta di mandarli in carcere, ma non quando si discute del loro diritto a un’educazione sessuale e affettiva, l’episodio potrebbe diventare l’occasione per aprire nelle scuole un confronto serio sulle relazioni: quelle sentimentali, certo, ma anche quelle amicali, sui modi in cui ragazzi e ragazze si guardano, si parlano e si rapportano gli uni alle altre.

Il paradigma deve cambiare. E per farlo bisogna liberare ragazze e ragazzi dagli stereotipi che ancora condizionano i loro comportamenti. I ragazzi devono mettersi in gioco: il loro corpo raramente viene messo in discussione, mentre quello delle ragazze è continuamente esposto a battute, commenti, giudizi e minacce. Questo significa chiedere anche ai ragazzi di costruire modi diversi di vivere la sessualità e le relazioni, sottraendosi a un modello predatorio che li imprigiona in una mascolinità stereotipata e lascia in ombra la dimensione affettiva. Le ragazze continuino a lottare per la loro libertà, non temano l’agorà, ritrovino quel senso di sorellanza e complicità che tanto bene ha fatto alle donne nelle piazze e nelle istituzioni negli anni che hanno portato a grandi conquiste di diritti. Con la consapevolezza che andare avanti è possibile, anche se faticoso, mentre tornare indietro è facilissimo, e ci vuole un attimo.

Del resto, tutti questi allarmi veri o fasulli che siano, queste micce che si accendono nelle nostre città, contribuiscono ad alimentare un  clima di insicurezza che si somma a criticità reali e spinge le persone a chiudersi nel proprio mondo, spaventate e sfiduciate. Uscire, parlare, confrontarsi, protestare anche contro la violenza maschile sono modi concreti per creare, o almeno provarci, un mondo diverso.

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