Essere al nono posto fra le province italiane per numero di violenze sessuali denunciate, è una notizia che non può essere lasciata fra le pieghe di una statistica sui reati, soprattutto perché Siena è al 66° posto per i reati in generale. È un dato enorme rapportato alla popolazione, si parla di 47 denunce nel 2025, 13 in più rispetto al 2024, pari a 18 casi ogni 100.000 abitanti. Abbiamo voluto commentare questi numeri, forniti da il Sole24 Ore nei giorni scorsi, con una persona che per suo impegno si trova ad occupare una posizione strategica per conoscere questo mondo,Vania Cesaretti, Presidente del Centro antiviolenza Donna chiama Donna di Siena.
Questi dati confermano o no quello che potete osservare ogni giorno?
Si, ci preoccupano, ma non ci stupiscono. Purtroppo, possiamo dire che nel 2026 abbiamo già registrato 11 casi di donne che si sono rivolte a noi per denunciare violenze. Siamo quasi al raddoppio rispetto al 2025. È difficile però dire se c’è una maggiore propensione a cercare aiuto o se invece siamo in presenza di un aumento netto di reati. L’incremento lo registriamo ormai fin dall’anno scorso.
C’è differenza di numeri fra chi si rivolge a voi e le denunce alle forze dell’ordine?
Certamente, noi abbiamo l’obbligo della riservatezza, possiamo accompagnare la donna in un percorso di denuncia alle autorità di polizia, ma solo se lei lo vuole e si sente pronta. Quindi possiamo dire che le denunce alle forze dell’ordine sono molte meno dei casi che noi trattiamo e molte di meno dei casi che non arrivano neanche da noi. Inoltre, noi copriamo solo il territorio del Comune di Siena e dei comuni contermini. Ci sono altri tre centri antiviolenza in provincia di Siena: Donneinsieme in Val d’Elsa, Amica donna in Val di Chiana, Donna Amiata Val d’Orcia.
Chi sono le donne che si rivolgono al vostro Centro?
Giovani prevalentemente, maggiorenni comunque perché non siamo in grado di assistere anche le minorenni che hanno bisogno di figure di riferimento specifiche, per lo più senesi o che vivono in città per studio o lavoro.
Cosa offre il vostro Centro?
Ascolto, prima di tutto, accoglienza e solidarietà, un percorso di accompagnamento per uscire da situazioni di violenza fisica, psicologica, economica. Abbiamo figure specifiche di riferimento per consulenza legale e psicologica. Spesso dobbiamo cercare di decostruire modelli che le ragazze stesse hanno interiorizzato, soprattutto rispetto alla gelosia e alla pretesa di controllo scambiato per amore. Certi comportamenti e le violenze che spesso ne conseguono lasciano segno profondi nella psiche delle vittime e ne possono influenzare la vita affettiva e relazionale futura. Sono in gioco l’autostima e la possibilità di provare ancora fiducia nell’altro sesso dopo esperienze dolorose.
Cosa potresti suggerire per contrastare e prevenire questi fenomeni? Quali soni i soggetti da convolgere, oltre la famiglia e la scuola, con tutte le problematicità che conosciamo?
Per quanto riguarda le famiglie, costatiamo quotidianamente una maggiore consapevolezza e una ricerca di aiuto al nostro Centro da parte di genitori preoccupati. Chi manca senz’altro sono gli uomini, i responsabili di queste situazioni. La violenza sulle donne è una loro precisa responsabilità. Non possono e non devono essere le donne a “difendersi”, ma gli uomini a prendersi carico, prima di tutto non sottraendosi al confronto. A questo proposito, a conclusione del nostro corso per la formazione di nuove operatrici volontarie del Centro, il 14 novembre prossimo, apriremo l’ultima lezione alla popolazione per una riflessione pubblica con il prof. Damiano Rizzi, psicoterapeuta e fratello di una vittima di femminicidio.
Un’ultima riflessione la faccio io. Al proposito degli uomini, non basta che uomini che magari nella vita hanno sperimentato il dolore di avere una donna cara uccisa nella loro famiglia, si trasformino in testimonial, anche se li ringraziamo per questo. Serve una presa di coscienza collettiva da parte degli uomini in tutti i contesti di socializzazione ed educazione: parlo di palestre, centri sportivi, luoghi di aggregazione. Sono gli uomini e le donne che in questi contesti devono educare i giovani al rispetto. Questo si fa con i comportamenti quotidiani, con la severità nel reprimere atteggiamenti scorretti, nel non ridurre frasi offensive a “ragazzate”, “battute”. Inoltre, a Siena abbiamo le contrade. Ci siamo sempre vantati che fossero dei luoghi di sana socialità, di solidarietà; credo che ci sia molto da lavorare anche in questo campo. Spero molto nelle generazioni più giovani, nelle dirigenze che sappiano adattare il delicato tessuto della vita di contrada a sensibilità e capacità di relazioni che si ispirino a principi di rinnovato rispetto fra ragazzi e ragazze.