Archeodromo di Poggibonsi, dove il Medioevo prende forma
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Archeodromo di Poggibonsi, dove il Medioevo prende forma

Dallo scavo alla ricostruzione di un villaggio altomedievale, dalla scuola ai progetti di inclusione: Marco Valenti racconta un’esperienza in cui la ricerca archeologica diventa conoscenza condivisa. Si completa il percorso costruttivo del museo all’aperto con l’inaugurazione dell’ultimo edificio. La sfida, adesso, è garantirne il futuro: un villaggio in terra e legno richiede manutenzione, sostituzioni e interventi continui.

Archeodromo di Poggibonsi, dove il Medioevo prende forma
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Gabriella Piccinni Modifica articolo

21 Ottobre 2026 - 08.07


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Sulla collina di Poggio Imperiale, a Poggibonsi, un villaggio altomedievale in terra e legno è stato ricostruito a grandezza naturale. Ne parlo con Marco Valenti, direttore scientifico del progetto e docente dell’Università di Siena, per ripercorrere la storia dell’Archeodromo: dallo scavo alla ricostruzione, dalla scuola ai progetti di inclusione, fino alle prospettive di un museo che il 24 ottobre 2026 completerà il suo percorso costruttivo, con il taglio del nastro.

IL PROGETTO

Che cos’è l’Archeodromo di Poggibonsi? “È un villaggio ricostruito a grandezza naturale che restituisce forma a una comunità rurale dell’Alto Medioevo, vissuta su questa collina fra il IX e la metà del X secolo. Comprende abitazioni in terra e legno, coperture vegetali, spazi artigianali e strutture per conservare le derrate. Ogni edificio si riferisce a un contesto storico definito, riconosciuto attraverso una lunga stagione di indagini e interpretato alla luce delle conoscenze sull’insediamento e sull’economia delle campagne medievali”.

Che cosa distingue l’Archeodromo da altre ricostruzioni? “La continuità fra ricerca ed esperienza. Lo scavo individua le testimonianze, la ricostruzione dà volume agli spazi e le attività collegano gli oggetti ai gesti e alle necessità di chi li utilizzava. Il museo all’aperto è insieme luogo di ricerca, spazio educativo e occasione d’incontro; e la conoscenza è un processo che continua attraverso la verifica delle ipotesi e la condivisione dei risultati. Qui il pubblico incontra una storia fatta di lavoro, risorse, competenze e rapporti sociali. Abitare, produrre, conservare e distribuire diventano azioni attraverso cui comprendere il funzionamento di una comunità”.

DALLO SCAVO AL VILLAGGIO

Come nasce il progetto? “Dalle ricerche dell’Università di Siena a Poggio Imperiale, avviate nel 1993 con un progetto e uno scavo guidati da Riccardo Francovich e da me. Sotto Poggio Bonizio sono emersi abitati di epoche diverse, e l’insediamento altomedievale rappresenta una delle fasi più significative di questa sequenza”.

Che cosa restava del villaggio originario? “Buche di palo, solchi, focolari, superfici di calpestio, livelli carboniosi, frammenti di rivestimenti; ceramiche, semi e resti animali per capire usi, alimentazione, economia. Una successione di buche può indicare una parete, un focolare l’organizzazione domestica, la distribuzione dei reperti un’area di lavoro. Da qui nasce l’Archeodromo: rendere percepibile ciò che la ricerca ha riconosciuto nel terreno”.

Come era organizzato il villaggio? “Lo abbiamo interpretato come un centro di possibile carattere curtense, con una famiglia dominante capace di coordinare il lavoro e controllare una parte delle risorse. Il fulcro era la grande abitazione padronale, la longhouse, con ambienti destinati alla vita domestica, alla conservazione e alle lavorazioni. Intorno si distribuivano abitazioni minori, magazzini, forgia, spazi per la macellazione, un granaio sopraelevato e strutture per l’allevamento. Le differenze sociali emergono anche dall’alimentazione, attraverso una distribuzione diseguale delle risorse carnee, e dal ritrovamento di armi, bardature e resti di cavallo, collegati alla presenza di una figura eminente. Nel villaggio il visitatore può attraversare questi spazi, confrontare la casa padronale con le capanne, incontrare i magazzini e comprendere le relazioni di dipendenza e di coordinamento del lavoro. Le architetture acquistano così valore perché mostrano i rapporti fra le persone”.

RICOSTRUIRE, CON ONESTÀ

Perché ricostruire il villaggio a grandezza naturale? “Entrando in una struttura ricostruita, a differenza di quando guardiamo una planimetria, possiamo cogliere con il nostro corpo le altezze, le coperture e gli interni. Si attraversa un accesso, si osserva la distanza fra il focolare e una zona di lavoro, si riconosce l’ingombro delle attrezzature, si confrontano ambienti più ampi e altri più raccolti. La ricostruzione a grandezza naturale affronta una difficoltà centrale della comunicazione archeologica: rendere comprensibili spazi che altrimenti rimarrebbero affidati a segni e misure su una planimetria”.

Ma un edificio finito può sembrare una certezza. Come si evita di confondere la ricostruzione con la realtà storica? “Il villaggio è una proposta interpretativa fondata sulla ricerca e aperta alla revisione. La forza comunicativa della ricostruzione comporta una responsabilità: un edificio completo appare unitario e convincente, mentre le conoscenze su cui si fonda presentano gradi diversi di certezza. Il rigore consiste nel motivare i passaggi e distinguere le evidenze locali, le soluzioni plausibili e gli adattamenti richiesti dall’uso contemporaneo. Il forno da pane realizzato nel 2015, per esempio, si basa sul confronto con strutture note in ambito franco. La palizzata risponde a esigenze di protezione e di organizzazione dei percorsi, ma non riproduce una fortificazione attestata dallo scavo. Anche l’impianto complessivo ha dovuto adattarsi alla conformazione dell’area”.

Costruire per comprendere, dunque. Che cosa insegna il cantiere? “Insegna che le ipotesi devono misurarsi con la materia: le coperture devono reggersi, le connessioni garantire stabilità. Per questo archeologi e progettisti si confrontano continuamente. Per realizzare la prima grande abitazione abbiamo impiegato circa otto tonnellate di legname, oltre trentatré tonnellate di terra e circa millecinquecento fascine di cannucce. Sono quantità riferite alla ricostruzione moderna, ma utili per ragionare sull’approvvigionamento dei materiali e sull’organizzazione del lavoro. Sicurezza, accessibilità e durata richiedono inoltre accorgimenti contemporanei, che devono essere riconosciuti e documentati”.

 LA VITA QUOTIDIANA NEL VILLAGGIO

Che cosa raccontano le attività che si svolgono nell’Archeodromo? “Mostrano il lavoro che sta dietro alle cose. Il pane collega cucina, coltivazione, macinazione e governo del fuoco; un utensile di ferro richiama le materie prime, il combustibile e il lavoro del fabbro; un tessuto rimanda a una catena di attività che va dalle fibre alla confezione. Ogni bene è il risultato di lavoro e conoscenze: anche il recupero, il riuso e la manutenzione acquistano così rilievo”.

Archeologia sperimentale, dimostrazione e living history: quali sono le differenze? L’archeologia sperimentale affronta domande definite attraverso procedure documentate; la dimostrazione rende comprensibile una tecnica; la living history colloca gesti e strumenti in una situazione plausibile. Una prova riuscita dimostra che una soluzione è praticabile, ma non che corrisponda necessariamente a ogni procedimento medievale. Per questo obiettivi e limiti devono rimanere riconoscibili

E quale ruolo hanno gli archeologi nell’incontro con il pubblico? “Sono il punto di continuità fra la ricerca e la sua comunicazione: conoscono le indagini e le ragioni delle scelte costruttive e accompagnano il pubblico mantenendo saldo il rapporto con le fonti. L’abito storico è uno strumento di mediazione: dal gesto si passa alle risorse, alle competenze e ai rapporti sociali”.

Come funziona lo storytelling? “Gli operatori interpretano abitanti ai quali vengono attribuiti un nome, un’occupazione, una posizione sociale e delle relazioni, sulla base delle conoscenze archeologiche, storiche e iconografiche. I nomi provengono dalla documentazione altomedievale, senza identificare individui realmente vissuti nell’insediamento scavato. Una consegna del raccolto può introdurre il tema degli obblighi contadini; una discussione sulle riserve permette di mostrare chi prendeva le decisioni. La vicinanza narrativa deve però conservare la distanza storica: rendere il passato comprensibile non significa cancellarne la complessità”.

CRESCITA, SCUOLA E FORMAZIONE

Come è cresciuto l’Archeodromo nel corso degli anni? “Ha aperto nell’ottobre 2014 con la grande abitazione. Nel gennaio 2016 sono arrivate nuove strutture; nel settembre 2018 sono stati realizzati la capanna del falegname e un nuovo forno da pane. Il completamento previsto per il 24 ottobre 2026 porterà il complesso a quindici strutture e infrastrutture, racchiuse dalla palizzata, rendendo leggibili anche gli spazi fra gli edifici”.

Quale rapporto si è sviluppato con la scuola e con l’educazione al ragionamento storico? “È un rapporto centrale. Oltre 46.000 studentesse e studenti hanno visitato l’Archeodromo, provenendo da tutta Italia, e l’affluenza media si attesta intorno ai 25.000 visitatori l’anno. L’obiettivo è che portino a casa soprattutto un metodo: chiedersi quali prove sostengano una ricostruzione e quali aspetti restino incerti. Dal 2015 partecipiamo al progetto ESCAC, Educazione Scientifica per una Cittadinanza Attiva e Consapevole, e a esperienze di alternanza scuola-lavoro.

Quali competenze servono a chi lavora in un luogo come questo? Occorre conoscere il periodo storico e le fonti, saper utilizzare pratiche e strumenti, gestire gruppi e pubblici diversi. Corsi e summer school hanno contribuito alla formazione nell’archeologia sperimentale, nella living history, nella narrazione e nella gestione, aprendo opportunità professionali anche in altri parchi e musei. Riconoscere questa professionalità è una condizione necessaria per garantire continuità all’esperienza”.

Che cosa avete fatto sul piano dell’accessibilità e dell’inclusione? “In collaborazione con i servizi sociali e sociosanitari abbiamo avviato percorsi rivolti a persone con Alzheimer e altre forme di demenza, nell’ambito dei Musei toscani per l’Alzheimer e del programma europeo Museum Art’s & Alzheimer. Il progetto Storie nella Storia utilizza oggetti e immagini per favorire la comunicazione e la socializzazione, senza richiedere una prestazione di apprendimento. Ci sono poi percorsi rivolti a persone con autismo, la rete Musei Blu e il coinvolgimento volontario di giovani migranti e richiedenti asilo nelle attività costruttive”.

POGGIBONSI, RICONOSCIMENTI E FUTURO

Chi ha reso possibile la realizzazione e lo sviluppo dell’Archeodromo? “Il Comune di Poggibonsi ha sostenuto il progetto e gli investimenti; l’Università di Siena ha garantito il riferimento scientifico, sotto la mia direzione; Fondazione Musei Senesi, Regione Toscana e altri soggetti hanno contribuito nelle diverse fasi. I servizi sono gestiti da Archeòtipo, Started ha dato il proprio contributo alle attività e Arké ha avuto un ruolo nelle ricostruzioni. Anche i cittadini hanno partecipato, con aiuti pratici e donazioni”.

Che cosa rappresenta l’Archeodromo per la città di Poggibonsi? “Poggibonsi ha una forte vocazione produttiva e una storia segnata da distruzioni e trasformazioni urbane che hanno reso meno visibile una parte del suo patrimonio. L’Archeodromo ha contribuito a dare visibilità a questa profondità storica e si inserisce in un sistema che comprende la Fortezza medicea, il Cassero, i percorsi lungo le mura, il centro di documentazione e l’area archeologica”.

Quali riconoscimenti ha ricevuto il progetto? “Nel 2015 abbiamo ricevuto il Premio Riccardo Francovich della Società degli Archeologi Medievisti Italiani, al primo posto sia nel voto dei soci sia in quello del pubblico. Nel 2016 è arrivato il premio speciale della XIII edizione di Italia Medievale; nel 2017 abbiamo ottenuto anche il riconoscimento della prima edizione di Art Bonus dell’anno, riferito al 2016″.

Con il completamento del villaggio, il percorso costruttivo arriva a conclusione. Qual è la sfida adesso? “La durata. Un villaggio in terra e legno richiede manutenzione, sostituzioni e interventi continui. Il completamento amplia le possibilità di racconto, ma accresce anche l’impegno gestionale: servono programmazione, chiarezza delle responsabilità e risorse adeguate per garantirne la cura”.

L’Archeodromo, dunque, non è una semplice ambientazione medievale, ma un luogo in cui si rendono comprensibili le tracce del passato, senza nascondere i limiti delle interpretazioni. Se dovessi riassumerne il senso in poche parole? “L’Archeodromo mostra un’archeologia in cui ricerca e funzione pubblica si rafforzano a vicenda: l’indagine costruisce interpretazioni, mentre l’incontro con le persone richiede di renderle comprensibili e di chiarirne i limiti. Le tracce appartengono al passato; la responsabilità di comprenderle e renderle accessibili si esercita nel presente. Dallo studio nasce la consapevolezza, dalla consapevolezza la cura”.

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