di Serenella Civitelli
Con Emma Bonino scompare una delle protagoniste della lunga battaglia italiana per dare alle donne il potere di decidere sul proprio corpo, uno dei cardini del femminismo del Novecento. Contraccezione, aborto, libertà sessuale, critica della medicalizzazione e lotta contro la violenza avevano un filo comune: sottrarre il controllo del corpo delle donne a un potere esercitato dagli uomini.
Bonino fu una delle protagoniste più visibili di questa stagione, che visse anche sul proprio corpo. Dopo un aborto clandestino e un arresto, seguito all’autodenuncia per aver aiutato altre donne ad abortire, partecipò alle battaglie che accompagnarono il percorso verso la legge 194 del 1978, proseguendo poi il suo impegno per i diritti delle donne.
Da allora molto è cambiato, ma il controllo sul corpo femminile non è scomparso, anche se può assumere forme nuove.
La domanda, anche oggi, è: chi decide sul corpo delle donne?
Per secoli hanno deciso gli uomini: padri, mariti, religiosi, legislatori. E anche medici.
Il rapporto fra controllo del corpo femminile e potere medico è uno dei capitoli meno raccontati della storia dell’emancipazione. E pone un’altra domanda: chi ha avuto il potere di definire che cosa fosse la scienza medica e chi fosse autorizzato a praticarla?
Le donne hanno curato per secoli, elaborando e trasmettendo conoscenze empiriche. Quando, dal tardo Medioevo, la medicina cominciò a istituzionalizzarsi attraverso università, corporazioni e autorizzazioni professionali, ne furono progressivamente escluse. Impossibilitate ad accedere agli studi e ai titoli necessari, rimasero ai margini della medicina ufficiale mentre la professione, sempre più prestigiosa e remunerativa, si strutturava gerarchicamente con il “dottore”, maschio, al vertice.
Le donne continuarono a curare, ma furono private dell’autorevolezza e dell’autorità di stabilire che cosa fosse cura. Il loro sapere venne spesso svalutato o assimilato alla superstizione; non poche curatrici furono coinvolte nelle persecuzioni per stregoneria, nelle quali corpo, sessualità e riproduzione femminile ebbero un ruolo importante.
Emblematica è la storia del parto, rimasto per secoli “un affare di donne”. Tra Sei e Settecento cominciò ad affermarsi la figura dell’ostetrico uomo e, progressivamente, il sapere delle levatrici venne subordinato all’autorità della medicina accademica. Conquiste scientifiche e tecnologiche avrebbero reso il parto sempre più sicuro, ma il processo determinò anche uno spostamento della centralità dalla donna che partoriva e dalle donne che l’assistevano al professionista titolare del sapere riconosciuto.
Da qui uno dei grandi paradossi della storia della medicina: le donne, depositarie per secoli di gran parte delle conoscenze sul corpo femminile, furono escluse proprio dai luoghi nei quali si decideva quale conoscenza potesse essere riconosciuta scientificamente legittima.
Quando conquistarono l’accesso alle università, alla ricerca e alla clinica, la medicina aveva già costruito categorie, gerarchie, e persino una propria idea di normalità, attraverso lo sguardo maschile.
Nasce da qui anche un’altra contraddizione: il corpo femminile è stato fortemente medicalizzato quando erano in gioco sessualità e riproduzione, ma molto meno studiato quando si trattava di comprenderne malattie, sintomi e risposte alle terapie.
Per secoli l’utero è stato chiamato in causa per spiegare i disturbi più diversi, tanto da dare il proprio nome all’isteria. Mestruazioni, gravidanza, parto e menopausa sono anche oggi considerate condizioni da controllare e curare, mentre dolore, stanchezza e sintomi difficili da interpretare vengono più facilmente attribuiti alla fragilità o alla psiche del “sesso debole”.
La medicina moderna ha elaborato i suoi studi “scientifici” avendo come riferimento prevalentemente il modello maschile, anche nella ricerca preclinica, e le donne sono ancora sottorappresentate in molti ambiti.
Il paradosso potrebbe essere riassunto così: “troppo femminili” quando si tratta di controllare sessualità e riproduzione, assimilate agli uomini quando si studiano malattie e terapie.
È proprio questa cecità che la medicina di genere cerca di superare, riconoscendo che sesso e genere possono influenzare rischio di malattia, sintomi, diagnosi, risposta ai farmaci, prevenzione e accesso alle cure. Patologie prevalentemente o esclusivamente femminili, dall’endometriosi a diverse condizioni dolorose croniche, sono state a lungo sottovalutate e presentano tuttora ritardi diagnostici.
Allo stesso tempo è cresciuta la medicalizzazione della vita riproduttiva. Ma sicurezza e medicalizzazione non sono sinonimi. Monitoraggi, farmaci e interventi chirurgici possono essere indispensabili, ma diventano discutibili quando rispondono più alle consuetudini professionali o all’organizzazione dei servizi che ai bisogni della donna.
Un inquietante interrogativo attraversa anche menopausa, fertilità e procreazione medicalmente assistita: quando la medicina cura e quando trasforma una fase della vita o una condizione biologica in un problema medico? E chi stabilisce il confine?
Le battaglie per contraccezione e aborto miravano a sottrarre il corpo femminile al controllo esercitato attraverso il divieto. Oggi il potere può assumere una forma più sottile: non soltanto impedire, ma proporre continuamente interventi sul corpo.
La possibilità di congelare gli ovociti, per esempio, può rappresentare uno straordinario strumento di autonomia. Ma pone una domanda: perché adattare attraverso la medicina il corpo delle donne ai tempi del lavoro invece di rendere il lavoro e la società compatibili con i tempi della vita?
Per secoli si è detto alle donne che cosa non potevano fare con il proprio corpo. Oggi il rischio può essere più sottile: dire loro che cosa potrebbero o dovrebbero fare per adeguarlo alle esigenze della società.
Forse l’eredità più attuale delle battaglie di Emma Bonino non consiste, allora, nel dire alle donne quale sia la scelta giusta, ma nel riconoscere loro il diritto di compierla.
Il corpo delle donne non è un territorio sul quale esercitare un’autorità. Neppure quando quell’autorità parla con la voce della scienza.