di Gianni Neri*
Circa due anni fa provai ad affrontare un tema a cui tengo molto pubblicando un lungo post su Facebook, un luogo non adatto a quei contenuti ma lo consideravo la maniera migliore per trasmettere con immediatezza i pensieri che mi aveva risvegliato la lettura del libro, appena pubblicato, di Elena Granata Il senso delle donne per la città, Torino 2023, Einaudi. Oggi ho riletto quel testo e, con alcune aggiunte, lo ripropongo, mosso dagli stessi obiettivi per i quali lo avevo pensato.
Elena Granata scrive di architette che “non potendo costruire o fare urbanistica hanno scritto e insegnato” e, possiamo aggiungere, che hanno insegnato ad architetti che hanno invece potuto costruire e fare urbanistica.
La stessa autrice del libro, professoressa di Urbanistica presso il Dipartimento di Architettura e Studi Urbani al Politecnico di Milano, pur a fronte di un’importante attività di ricerca e didattica, non ha redazioni di Piani urbanistici nel curriculum; voglio sperare che sia una scelta di ambito su cui operare.
Condivido la sua analisi su quello che definisce il “capitale femminile”, mutuando il termine dalla definizione di “capitale sociale”, definito come il ruolo che le donne svolgono nella costruzione di reti di relazioni fra le persone di una società e permettono alla società di funzionare; vi sono contesti dove il capitale femminile non si sviluppa per problemi politici e di qualità della democrazia (Iran, Afghanistan, …) ma esistono anche motivi di mancanza di riconoscimento di quella singolarità del pensiero e dell’agire concreto femminile che fa la differenza.
Mi sono tornate a mente le parole di Cinzia Lamoretti, carissima amica e collega che ci ha lasciato troppo presto, riguardo alla difficoltà riscontrata soprattutto all’inizio della professione nel farsi ascoltare durante la fase progettuale e soprattutto in cantiere come architetto/donna.
La lettura del libro ha stimolato una veloce ricerca sulle colleghe che si sono evidenziate nel panorama dell’architettura e dell’urbanistica, discipline la cui storia è segnata quasi esclusivamente da nomi maschili e, se vi è un cambiamento di tendenza, lo avvertiamo solo recentemente con la generazione nata negli anni ’50 e ‘60 e che oggi rappresenta un riferimento in architettura … mentre l’urbanistica rimane in generale ancora un tabù.
L’irachena Zaha Hadid (1950-2016) prima donna a vincere nel 2004 il Premio Pritzker, la giapponese Kazuyo Sejima con lo Studio SANAA, la gallese Amanda Levete, la francese Odile Decq (tra le poche anche urbanista, coinvolta a Siena nel Masterplan del Santa Maria della Scala per la realizzazione di un nuovo auditorium), le irlandesi Yvonne Farrell e Shelley McNamara dello studio Grafton (Premio Pritzker 2020), Maya Lin statunitense di origine cinese progettista del paesaggio e attivista ambientale, Benedetta Tagliabue italiana (con Eric Miralles nello studio EMBT fino alla scomparsa del collega), sono certamente conosciute a livello internazionale. Tuttavia, pur dimenticando sicuramente qualche nome importante, trovo difficoltà a fare un elenco che aggiunga altri dieci nomi e, guardando indietro, non trovo molte architette che hanno avuto la possibilità di esprimere la loro sapienza e sensibilità nell’architettura, tanto meno nella disciplina urbanistica; quasi sempre sono accomunate al collega o marito architetto col quale hanno collaborato e difficilmente ne viene evidenziata la peculiarità.
La ricerca che ho effettuato sui periodi precedenti ha prodotto un elenco breve (perché non può essere diversamente) delle architette maggiormente ricordate: Gae Aulenti (1927-2012), interessata al restauro, agli allestimenti e al design e considerata una dei migliori architetti della sua generazione; la britannica Alison M. Smithson (1928-1993), con il marito Peter i più importanti rappresentanti del New Brutalism e presenti a Siena per l’amicizia con Augusto Mazzini e Giancarlo De Carlo, Denise Scott Brown, socia e moglie di Robert Venturi, rappresentanti della corrente Postmoderna (ma nel 1991 il Premio Pritzker fu assegnato solo al marito …), Lina Bo Bardi (1914-1992) italiana naturalizzata brasiliana, collaboratrice di Carlo Pagani e Gio Ponti, vicedirettrice di Domus e fondatrice del Movimento Studi Architettura (MSA), Elissa Mäkiniemi finlandese (1922-1994) designer e moglie di Alvar Aalto presente a Siena quando il maestro fu incaricato del progetto per il Centro culturale nella Fortezza, Margarete Schütte-Lihotzky austriaca (1897-2000) che oltre a ideare le prime cucine componibili svolse attività urbanistica partecipando alla progettazione delle nuove città dell’Unione Sovietica, Charlotte Perriand (1903-1999) collaboratrice preziosa di Le Corbusier che quando ventiquattrenne neolaureata si presentò al maestro ricevette la famosa frase sprezzante: “Ici, on ne brode pas des coussins …” (“Qui non ricamiamo cuscini …”), Lilly Reich tedesca (1895-1947) designer e prima donna a entrare nel direttivo del Deutscher Werkbund, Eileen Gray irlandese (1878-1976) pioniera dell’estetica dell’International Style, Julia Morgan statunitense (1872-1957) prima donna ammessa all’École Nationale Supérieure de Beaux-Arts a Paris, superando così le barriere di genere in patria e all’estero.
È evidente quindi che Il ruolo che le donne hanno giocato nell’architettura è stato storicamente trascurato ed i loro contributi sottovalutati o addirittura trascurati; tuttavia sappiamo che ci sono architette che, contro ogni pregiudizio, hanno avuto un impatto sull’architettura internazionale. È incomprensibile che anche oggi l’architettura possa rappresentare un percorso di carriera più impegnativo per le donne e che non siano sempre garantiti attribuiti di riconoscimento, titolarità ed anche rispetto.
Qui termina l’articolo anche se, in sintonia con il contenuto ma riferendomi a situazioni diverse …, mi piacerebbe raccontare le vicende e le conseguenze della scelta che feci come Capitano della Contrada Imperiale della Giraffa quando appena eletto nel 2007 nominai, per la prima volta, una donna “barbaresco”, Claudia Colonna; persona preparatissima che avrebbe potuto insegnare a molti colleghi … ma è un’altra storia … o no? Ne riparleremo.
* Architetto