Il laboratorio infinito: da Berlinguer a Bernini, venticinque anni di riforme universitarie in Italia
Top

Il laboratorio infinito: da Berlinguer a Bernini, venticinque anni di riforme universitarie in Italia

Dalla svolta del 3+2 alle misure più recenti, un quarto di secolo di trasformazioni ha ridefinito la didattica, il reclutamento e i finanziamenti dell'università italiana. Un percorso frammentato che ne ha accentuato le diseguaglianze e la dipendenza da risorse temporanee.

Il laboratorio infinito: da Berlinguer a Bernini, venticinque anni di riforme universitarie in Italia
La ministra Bernini
Preroll

RedazioneOLTREilponte Modifica articolo

7 Settembre 2026 - 10.45


ATF

di Marco Valenti

Negli ultimi venticinque anni l’università italiana ha attraversato riforme, correzioni, tagli e interventi emergenziali, senza seguire una strategia nazionale coerente. Didattica, governo degli atenei, reclutamento e finanziamento sono cambiati in profondità. Ne è derivato un sistema più burocratico, diseguale, precario e dipendente da risorse competitive e temporanee.

La prima svolta fu la riforma Berlinguer-Zecchino. La legge n. 4 e il D.M. n. 509 del 1999 introdussero crediti formativi, classi di laurea e struttura in due cicli, triennale e specialistica. Era la risposta italiana al Processo di Bologna, volta a favorire mobilità internazionale, riconoscibilità dei titoli e riduzione di abbandoni e tempi di studio.

Luigi Berlinguer

L’impianto era ragionevole. La nuova architettura, tuttavia, nacque senza risorse e condizioni adeguate. Concepita come titolo autonomo, la triennale rimase spesso poco spendibile nel mercato del lavoro; la magistrale divenne quasi obbligatoria. Il 3+2 assunse così la forma di un quinquennio spezzato, gravato da ulteriori passaggi amministrativi e privo di un’effettiva valorizzazione del primo ciclo.

L’autonomia didattica favorì innovazione e interdisciplinarità, insieme a una proliferazione di corsi, curricula e piccoli insegnamenti. Talvolta l’offerta rispondeva più agli equilibri interni degli atenei e alla competizione per gli iscritti che a obiettivi formativi coerenti. Nelle discipline umanistiche, storiche e archeologiche, l’integrazione fra conoscenze, metodi, tecnologie, tutela e comunicazione sfociò spesso nella frammentazione dei percorsi.

Il D.M. n. 270 del 2004, durante la stagione Moratti, tentò di contenere tali distorsioni. La laurea specialistica divenne magistrale, le classi furono ridefinite e il numero degli esami venne limitato. Restarono irrisolte l’identità della triennale e la carenza di risorse per tutorato, laboratori, mobilità e diritto allo studio.

Tra il 2006 e il 2008 Fabio Mussi indicò una direzione diversa. Limitò i corsi privi di docenza, massa critica e identità culturale, ponendo il reclutamento al centro dell’azione politica. Il piano straordinario per i ricercatori disponeva di risorse insufficienti, eppure affermava un principio decisivo: migliorare l’università richiedeva nuove assunzioni, non soltanto maggiore efficienza. La proposta di selezioni con revisori esterni e procedure pubbliche cercava inoltre di contrastare il localismo.

Nella stessa fase nacque l’ANVUR, fondata sulla legittima esigenza di conoscere e valutare il sistema. Negli anni, la valutazione si trasformò progressivamente da strumento di miglioramento in apparato di controllo, competizione finanziaria e produzione continua di adempimenti. La breve stagione Mussi rappresentò una biforcazione mancata, mostrando la possibilità di perseguire qualità e trasparenza senza definanziamento e managerializzazione.

La crisi del 2008 chiuse quella prospettiva. La legge n. 133 ridusse progressivamente il Fondo di finanziamento ordinario e preparò la riforma Gelmini. La legge n. 240 del 2010 rafforzò rettori e consigli di amministrazione, ridimensionò senati e facoltà, collocò i dipartimenti al centro del sistema e introdusse l’Abilitazione scientifica nazionale e nuove figure di ricercatore a termine. Accrebbe inoltre il peso della valutazione e del finanziamento premiale.

La riforma affrontava problemi reali, fra cui concorsi opachi, localismo e debole responsabilità degli organi. Il limite principale risiedeva nella convinzione che la competizione, anche in condizioni di scarsità, generasse automaticamente qualità. Indicatori, accreditamenti e classifiche aumentarono in assenza di investimenti stabili, assorbendo energie in procedure e rendicontazioni. All’espansione burocratica non corrispose un progresso equivalente nella ricerca e nella didattica.

Il nuovo reclutamento non eliminò il precariato. Gli RTD-A e RTD-B (Ricercatori a Tempo Determinato, il primo non prevede il passaggio automatico a professore associato, il secondo si ma a patto di ottenere l’Abilitazione Scientifica Nazionale) avrebbero dovuto ordinare l’accesso alla carriera; assegni, borse e contratti composero invece una trafila sempre più lunga. Ai giovani studiosi venivano richiesti pubblicazioni, progetti, didattica e mobilità internazionale senza prospettive certe. Anche la quota premiale accentuò gli squilibri.

Le grandi università metropolitane, forti di infrastrutture, reti e capacità amministrative, sono entrate da quel momento nella competizione da posizioni incomparabili con gli atenei del Mezzogiorno e delle aree interne. Premiare soprattutto chi parte avvantaggiato consolida le diseguaglianze territoriali.

Questo modello ha proseguito a penalizzare quella ricerca che risulta difficilmente traducibile in indicatori. Nelle discipline storiche e archeologiche, scavi, ricerche d’archivio e studi territoriali richiedono anni. I loro esiti comprendono monografie, cataloghi, banche dati, musei e rapporti con le comunità, prodotti di grande valore scientifico e civile non facilmente contabilizzabili. Il rischio è favorire la ricerca più standardizzabile anziché quella migliore.

La legge n. 79 del 2022 ha sostituito gli RTD-A e RTD-B con l’RTT (Ricercatore a tempo determinato in tenure track, della durata massima di sei anni) rendendo più lineare il possibile accesso al ruolo. Senza una programmazione stabile degli organici, anche la tenure track resta una selezione dentro la scarsità. Il PNRR ha poi sostenuto progetti, dottorati, infrastrutture e assunzioni, rafforzando al contempo la dipendenza da fondi a termine. Dopo il loro esaurimento occorrerà garantire personale, laboratori e attività già avviate e in parte qualcosa sta accadendo.

La stagione Bernini non ha ancora prodotto una riforma organica. La revisione della legge Gelmini resta un cantiere aperto. Il semestre iniziale per Medicina rinvia la selezione (con i problemi denunciati dagli studenti) senza abolire il numero programmato e può renderla più onerosa in assenza di nuovi docenti, strutture e tirocini.

Le regole sulla didattica a distanza dovranno impedire che il digitale diventi una scorciatoia per aumentare gli iscritti impoverendo la relazione educativa. Anche gli interventi per gli atenei meridionali, pur utili, non bastano a correggere squilibri strutturali.

Il nodo resta la distanza tra le missioni affidate all’università e i mezzi disponibili. La si vuole internazionale, digitale, inclusiva e radicata nei territori; le si offrono risorse intermittenti, organici insufficienti, carriere incerte e burocrazia crescente se non soffocante.

Una riforma credibile dovrebbe aumentare stabilmente il finanziamento ordinario, programmare le assunzioni, ridurre il precariato, semplificare gli adempimenti, rafforzare il diritto allo studio e riequilibrare grandi poli e aree fragili. L’università migliora quando dispone di persone, tempo, luoghi, strumenti e autonomia reale. Confondere scarsità e competizione con il merito ha prodotto soprattutto selezione sociale, diseguaglianze territoriali e logoramento di chi studia e lavora. Senza una svolta, il futuro sarà ancora più fragile.

Facebook Comments Box

Autore

Native

Articoli correlati