Il museo sepolto. Cosa c'era prima della Siena medievale?
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Il museo sepolto. Cosa c'era prima della Siena medievale?

Dopo venticinque anni, una proposta di nuovo allestimento per il Museo archeologico di Siena, al Santa Maria della Scala. Dalla Siena visibile, medievale e monumentale, alle città precedenti che stanno sotto. Il museo è oggi magnificamente sepolto. Ora bisognerebbe anche riportarlo alla luce.

Il museo sepolto. Cosa c'era prima della Siena medievale?
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24 Agosto 2026 - 15.06


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di Emanuele Papi*

Il Museo occupa i livelli più profondi del Santa Maria della Scala. Per raggiungerlo si scende dalla luce di piazza del Duomo in un labirinto oscuro di cunicoli e stanzoni destinati un tempo alle necessità dell’ospedale. A dare il benvenuto è una signora etrusca accigliata, distesa sul coperchio della cassa dove era stata sepolta, una padrona di casa che non sembra particolarmente contenta di vederci. Non è un contenitore neutro: l’arenaria, la luce fioca e la successione irregolare degli ambienti lo fanno sembrare un mondo sotterraneo, quasi che le antichità, dopo essere state scavate, siano tornate nel luogo da cui provenivano. La discesa possiede una forza teatrale rara e potrebbe diventare il principio del racconto: dalla Siena visibile, medievale e monumentale, alle città precedenti che stanno sotto. Il museo è magnificamente sepolto. Ora bisognerebbe anche riportarlo alla luce.

La sua storia nasce in via della Sapienza, nei locali dell’Istituto d’arte. Tra il 1931 e il 1933 Ranuccio Bianchi Bandinelli, non ancora il patriarca dell’archeologia italiana ma già poco incline all’approssimazione, riunì materiali dispersi. C’erano le antichità dell’Accademia dei Fisiocritici, i reperti trovati in città, la collezione Mieli, donata al Comune nel 1882, e la raccolta Bargagli di Sarteano, arrivata nel 1931. Nel 1941 fu istituito il Regio Museo Archeologico. Nel dopoguerra si aggiunsero le collezioni Chigi Zondadari e Bonci Casuccini; poi vennero le scoperte occasionali e gli scavi della Soprintendenza.

Il museo nacque dunque da due storie diverse. La prima è quella dell’archeologia di Siena e del suo territorio. La seconda è la storia del collezionismo senese e delle casate che raccolsero le antichità. Bianchi Bandinelli volle tenere insieme le due vicende, ma senza confonderle.

Negli anni Ottanta le collezioni lasciarono la Sapienza e arrivarono al Santa Maria. Nel 2001 furono trasferite ai livelli inferiori, lungo l’antica strada interna dell’Ospedale. L’allestimento ebbe un merito indiscutibile: restituì al pubblico un patrimonio quasi invisibile e lo collocò dentro un’architettura straordinaria. Ma proprio l’architettura talvolta prevale sul museo: si ricordano le gallerie più degli oggetti, il buio più delle storie, la discesa più della destinazione.

Oggi il percorso appare difficile da comprendere per chi non conosca già l’archeologia. Reperti importanti e materiali minori ricevono spesso lo stesso peso; le collezioni si affastellano e serve la pazienza che richiede la consultazione degli inventari. Un museo non è un deposito ben arredato e illuminato. È una scelta argomentata.

Un nuovo allestimento dovrebbe cominciare da una domanda semplice: che cosa c’era prima della Siena medievale? Basta raccontare quello che sappiamo sulla città etrusca e romana. L’ascia dell’età del Bronzo trovata a Pispini, la necropoli di Campansi, il ritratto dello Pseudo-Seneca rinvenuto nel 1930, gli scavi condotti nell’Ospedale stesso possono raccontare la città antica. Oggetti decisivi, contesti ricomposti, una carta leggibile e una cronologia che non richieda una laurea preventiva.

Il secondo percorso dovrebbe allargarsi al territorio, non secondo gli attuali confini burocratici ma seguendo le geografie antiche: Murlo, Monteriggioni, Rosia e Pieve al Bozzone non sono fermate di un autobus dell’AT, ma parti di sistemi storici. Le provenienze contano più delle tipologie: una tomba ricostruita con il suo corredo spiega più di venti vasi uguali messi in fila.

Il terzo percorso dovrebbe raccontare il museo stesso. Le collezioni private documentano scavi nelle tenute di famiglia, acquisti sul mercato antiquario e la formazione delle istituzioni pubbliche. Bisogna mostrare fotografie, inventari, vecchie vetrine, distinguendo ciò che proviene da un contesto da ciò che arrivò senza passaporto. Anche gli oggetti hanno una biografia; su alcuni, come su certe persone, si sorvola spesso sulla giovinezza.

Non servono pareti invase da testi né una colonia di schermi interattivi, spesso già muti prima dell’inaugurazione. Servono didascalie brevi e precise, buone immagini, disegni ricostruttivi e qualche plastico. Una parte dei depositi potrebbe diventare visibile, con esposizioni a rotazione: il magazzino può diventare museo, purché non sia confuso con l’ammasso.

Da qui potrebbe cominciare qualcosa che Siena ancora non possiede: un Museo della città. Non la giacenza delle memorie civiche ma il luogo dove si può capire quel che si vede per strada. E non una nuova istituzione con un altro direttore, un altro logo e, possibilmente, nessun visitatore, ma un racconto capace di seguire la storia di Siena dai primi insediamenti fino alla città contemporanea. Il Museo archeologico sarebbe il primo capitolo: la città medievale, che ha finito per occupare quasi tutto il passato, non nacque su un foglio bianco. Una città diventa comprensibile quando oggetti, edifici, carte e trasformazioni vengono ricondotti a una medesima storia. Siena possiede già collezioni, monumenti, archivi e musei; manca il filo che li tenga insieme. Cominciare dal fondo del Santa Maria sarebbe persino appropriato: le città, come gli scavi, si leggono dal basso.

Un Museo della città non dovrebbe limitarsi ad aggiungere secoli alla visita. Dovrebbe spiegare perché Siena nacque sulle sue dorsali, come una città senza fiume cercò l’acqua nel sottosuolo, in che modo le strade, il mercato, l’Ospedale e l’Università portarono uomini e merci, come il Comune costruì il contado. E potrebbe arrivare fino alle domande meno cerimoniali sul presente: che cosa diventa un famoso centro storico quando aumentano i visitatori?

Dopo un quarto di secolo non basta cambiare le luci, rinnovare le vetrine e annunciare una “nuova narrazione”. Occorrono un progetto scientifico, un concorso museografico e una collaborazione fra Stato, Comune, Fondazione Santa Maria della Scala, Soprintendenza, Università e Contrade: i senesi non dovrebbero essere invitati solo all’inaugurazione. Il museo possiede gli oggetti, gli spazi e la storia. Gli manca un ordine capace di renderli necessari.

Siena ha costruito con grande successo la propria immagine medievale ma tanto successo ha fatto sparire quanto venne prima. Il nuovo Museo archeologico dovrebbe riportarlo alla luce. È già sottoterra: almeno non sarà necessario scavare molto.

* Emanuele Papi insegna Archeologia classica all’Università di Siena ed è direttore della Scuola Archeologica di Atene

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