di Roberto Barzanti
È morto, novantenne, Michele Zappella, un protagonista discreto quanto famoso nel mondo, per la sua statura scientifica e per le sue battaglie culturali: è stato uno dei più autorevoli neuropsichiatri infantili italiani.
Nato a Viareggio il 4 marzo 1936, Zappella si era laureato in Medicina e Chirurgia a Roma nel 1960, specializzandosi poi in Pediatria, Neuropsichiatria infantile e Malattie nervose e mentali. Importanti furono le numerose esperienze compiute all’estero. Tra il 1961 e il 1963 lavorò al Fountain Hospital di Londra, quindi negli Stati Uniti, al Department of Child Neurology del Children’s Hospital di Washington. Negli istituti psichiatrici italiani conobbe da vicino la dolorosa realtà dell’esclusione. Da questa esperienza nacque la sua attenzione per l’accoglienza e l’integrazione dei bambini, unita al rigore diagnostico e alla ricerca.
In prima linea negli studi sull’autismo, il suo nome resta legato saldamente alla lotta per l’abolizione delle classi speciali e differenziali tra gli anni Sessanta e Settanta. Fu tra i primi studiosi italiani a occuparsi in modo scientifico, appunto, dell’integrazione sociale e scolastica dei bambini con disabilità. Zappella riteneva che l’obiettivo da perseguire fosse l’integrazione e non, come ora va di moda, una generica inclusione.
Il legame con Siena era cominciato nei primi Anni Settanta: fu a lungo primario del reparto di Neuropsichiatria infantile dell’ospedale, fino al 2006. Nelle Scuole di specializzazione universitarie formò generazioni di medici. Le sue ricerche portarono fra l’altro all’individuazione di una variante della sindrome di Rett, contraddistinta dalla tardiva acquisizione del linguaggio e di alcune abilità manuali, nota nella letteratura scientifica internazionale come “Zappella Variant”.
Non è questa la sede per trascrivere i suoi meriti e i risultati raggiunti dalle sue ricerche cliniche. Autore di decine di contributi scientifici, aveva firmato anche volumi di schietta scrittura letteraria tradotti in molte lingue. Il testo più diffuso fu “Il pesce bambino” (Feltrinelli). Seguirono “Il bambino nella luna” e “Bambini con l’etichetta”.
Quando scoppiò, sulla scia del pamphlet di Charles P. Snow “Le due culture”, un acceso dibattito sul conflitto fra cultura scientifica e cultura umanistica, Zappella reagì con il suo stile di pacata persuasività, sostenendo che fra i due campi non c’era affatto opposizione. Non si potevano interpretare le sue parole se non come convinta testimonianza della sua personalità, che sapeva unire la garbata chiarezza di una divulgazione rivolta all’opinione pubblica interessata con una levità stilisticamente letteraria. Giocava in questa duplice veste un’eredità anche familiare: Michele era nipote di Mario Tobino e aveva molto imparato da un autore di grande levatura.
Mi sia lecito ricordare a questo proposito un giorno meraviglioso degli anni senesi del caro Michele. Fui io come sindaco a celebrare il matrimonio con Cristina Policastri. Era il 20 giugno 1970 e si stava svolgendo un convegno su Federigo Tozzi nel cinquantenario della morte la cui relazione d’apertura fu tenuta da Alberto Moravia. Tobino era uno dei testimoni delle nozze e non mancò un incontro di singolare suggestione tra due autori tra i massimi della letteratura italiana. Le pagine di Mario Tobino (Viareggio 1910 – Agrigento 1991), direttore dell’ospedale psichiatrico di Lucca, su “Le libere donne di Magliano” (1963), ebbero una grande influenza nel rafforzare la vocazione pure poetica di Michele. Sullo sfondo si intuiva l’affetto per una Viareggio anarchica e combattiva, colta e popolare. Tobino l’ha evocata in uno dei suoi titoli più belli “Sulla spiaggia e di là dal molo” (1966). Dove confessa che il suo desiderio più coltivato era «Ricordare una Viareggio scomparsa a coloro che oggi hanno il sorriso della gioventù e sono avvinti dalla credenza che quel loro stato sia immortale, eterno il felice presente».
Lo zio partigiano antifascista fu da Michele idolatrato come un maestro di vita. Lo difese a spada tratta quando divampò la polemica sulla chiusura dei manicomi voluta dalla legge 180, la legge Basaglia. Le perplessità che avanzò Tobino non dovevano essere scambiate per avversità al discusso provvedimento. In realtà il problema inestirpabile con cui misurarsi era la follia che irrompe nell’esistenza degli umani e chiede di essere curata anche medicalmente con una competenza che si accompagni all’amore. Proprio con questa bella parola chiudo il ricordo di un amico e anche di un collaboratore indimenticabile.
Con il Comune il suo rapporto fu quello disinteressato quanto appassionato di chi si impegnò nel costruire nuove modalità di gestione della sofferenza dei piccoli pazienti e delle loro famiglie, accompagnando la dimensione scientifiche con una sensibilità sempre attenta ad ogni singolo caso. Quando negli ultimi anni della sua vita assisteva allo smantellamento dell’ospedale psichiatrico di Lucca – ha scritto Michele in ricordo dello zio – «Tobino insisteva nel farsi mandare la posta all’ospedale, dove si recava regolarmente tutti i giorni… come un capitano che nel momento del pericolo non lascia la nave e i suoi marinai così Tobino non abbandonò i suoi malati alla sventura». Quando saranno tra poco editi, a cura di Monica Marchi i quaderni del “Diario” che Tobino stese con dolente assiduità, si capirà interamente il mondo etico-civile in cui affondano radici e valore di un’operosità che ebbe anche in Michele un protagonista da non dimenticare. E accanto a lui Cristina, che ha accompagnato e condiviso, con i figli Duccio e Vittorio, l’ avventura di una vita bella, affrontata con generosa passione.