di Marco Valenti*
La parola “borgo” sembra innocua. Nel linguaggio della promozione turistica è ormai quasi obbligatoria evocando, di default, autenticità, pietre antiche, campanili, silenzi, colline, una Toscana rassicurante e apparentemente sottratta al tempo. Costituisce un termine ombrello, efficace, riconoscibile e facilmente spendibile, deflagrante nel lessico sia giornalistico sia politico. Proprio per questo richiederebbe maggiore cautela.
La questione non è soltanto terminologica, bensì storica. Sotto l’etichetta indistinta di “borghi” vengono ricondotte realtà profondamente diverse per origine, funzione, assetto topografico, forme del popolamento e vicenda istituzionale: castelli signorili, “terre nuove”, centri comunali, villaggi di fondazione, insediamenti rurali, frazioni, abbazie, nuclei sorti o profondamente trasformati in età moderna e contemporanea.
Un castello, nato ex novo o evoluto da centri di sfruttamento agricolo di origine altomedievale, concentrando potere e controllo delle risorse e del territorio, non è una “terra nuova”. Quest’ultima rappresenta una fondazione urbanistica e politica progettata, popolata e disciplinata per rendere stabile il controllo di un potere su un territorio. Un centro comunale non coincide con una frazione rurale, né con un piccolo abitato cresciuto lungo una strada o attorno a un’attività produttiva.
Anche sotto il profilo storico-insediativo, quello di “borgo” è un concetto ben più preciso; nel Medioevo indica un agglomerato di carattere semi-urbano, sviluppatosi a ridosso delle cinte murarie cittadine o in prossimità di poli di potere, quali castelli e abbazie; si distingue per una più marcata vocazione mercantile, artigianale e di servizio, fungendo talvolta da cerniera socio-economica tra città e contado. Chiamare tutto “borgo”, allora, può essere comodo, ma non informativo. Nella maggior parte dei casi serve a produrre un’atmosfera attrattiva, non a restituire le lunghe vicende di un luogo.
Il termine, così come viene oggi impiegato, tende a trasformare vicende complesse, lunghe e spesso conflittuali in un marchio. Alla conoscenza si sostituisce un repertorio di formule ricorrenti e stucchevoli; per esempio “autentico”, “senza tempo”, “gioiello nascosto”, “luogo dove il tempo si è fermato”, “sospeso nel Medioevo”. Espressioni prive di capacità esplicativa che, soprattutto, propongono un’immagine uniformata e falsa; cioè quella di paesi immobili, miracolosamente preservati da una modernità che li avrebbe soltanto sfiorati.
Non è mai andata così. Nessun insediamento storico è immobile. I paesi che osserviamo oggi sono il risultato di costruzioni e demolizioni, abbandoni e ripopolamenti, conflitti, ampliamenti, crisi economiche, restauri, mutamenti delle funzioni produttive e adattamenti alle esigenze contemporanee. Sono stati modellati da decisioni politiche, rapporti sociali, economie agrarie e commerciali, poteri signorili, comunità locali, istituzioni comunali ed ecclesiastiche, famiglie e lavoratori. Rappresentano, in altri termini, Storia e non fondali scenografici.
Un luogo non è interessante perché il tempo vi si sarebbe fermato; lo è perché vi ha agito, lasciando tracce differenti e talvolta contraddittorie. Mura, torri, chiese, piazze, case apparentemente modeste, vuoti edilizi e cambiamenti nel tracciato delle strade sono elementi che documentano trasformazioni storiche; non dei dettagli decorativi per una didascalia turistica da brochure, piuttosto i segni concreti delle vicende che hanno modellato un insediamento.
Vi è poi un punto decisivo. La retorica del “borgo” tende a sottrarre questi luoghi al presente; li propone come paesaggi da visitare, fotografare e consumare rapidamente, mentre sono comunità abitate o che faticano a rimanere tali. Dietro l’immagine pittoresca si trovano problemi concreti, come spopolamento, invecchiamento, rarefazione dei servizi, difficoltà abitative, precarietà lavorativa, manutenzione del patrimonio, fragilità idrogeologica, pressione turistica.
Non si tratta di vietare una parola, né di negare il valore culturale, paesaggistico e affettivo dei piccoli centri. Si tratta invece di non usare un’etichetta generica per appiattire le differenze e sostituire la Storia con il marketing. Valorizzare non significa rendere tutto più vago, bensì rendere riconoscibili le specificità. Se vogliamo prenderci cura di questi luoghi, dobbiamo imparare a nominarli e raccontarli per ciò che sono. Il Medioevo è una componente essenziale della loro vicenda, però non l’unica; anche le età moderna e contemporanea hanno contribuito a produrre il paesaggio che vediamo. La comunicazione più rispettosa non sostiene che “il tempo si è fermato”; racconta, invece, chi ha costruito, chi ha abitato, chi ha lavorato, chi ha trasformato e chi continua a curare questi territori. Solo così smetteremo di consumare “borghi” in una gita domenicale e ricominceremo a riconoscere paesi reali; dei luoghi vivi, differenti, stratificati e fragili, sebbene ancora capaci di avere una storia e, auspicabilmente, un futuro.
- Marco Valenti insegna Archeologia Medievale all’Università di Siena