Siena e le pietre che non ci sono
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Siena e le pietre che non ci sono

Perché, a differenza di Roma, Pisa o Venezia, Siena non mostra marmi o colonne romane incastonati nei suoi palazzi medievali? Tra assenza di rovine e abbondanza di risorse locali, la città scelse di inventare la propria romanità attraverso il mito e il mattone.

Siena e le pietre che non ci sono
La Lupa del XV secolo ancora al suo posto, particolare
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RedazioneOLTREilponte Modifica articolo

20 Agosto 2026 - 17.34


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di Emanuele Papi*

In molte città italiane il Medioevo si riconosce anche dai pezzi dell’antichità che ha incorporato. Colonne romane sostengono navate cristiane, capitelli cambiano religione e mestiere, sarcofagi diventano fontane dopo aver servito per secoli da casse da morto. A Siena quasi nulla di tutto questo. Si possono attraversare il Duomo, il Palazzo Pubblico, le chiese e le strade senza incontrare la folla di marmi fuori posto che popola Roma, Pisa o Venezia. È un’assenza così discreta che, di solito, non viene neppure notata.

Gli archeologi chiamano spolia i materiali antichi riutilizzati in edifici successivi. La parola significa «bottino», ma il riuso non comporta necessariamente saccheggi o manifesti politici. Una colonna poteva essere scelta per la sua antichità e il suo prestigio, oppure perché era già scolpita e pronta all’uso. Talvolta l’ideologia viene dopo il risparmio. Per capire Siena conviene dunque cominciare dalle pietre disponibili.

La città romana, Saena Iulia, esistette, ma non fu una metropoli coperta di templi, terme e portici di marmo. Le fonti antiche la menzionano una sola volta con qualche rilievo: nel 70 d.C., quando i Senesi maltrattarono il senatore Manlio Patruito e gli inscenarono persino un funerale. Un ingresso nella grande storia rumoroso, ma breve. Gli scavi hanno restituito abitati precedenti alla conquista di Roma, strutture romane, e forse un reticolo urbano sul colle del Duomo, in parte sopravvissuto nell’assetto della città. Vi fu continuità di vita. Mancava però ciò che altrove alimentò per secoli i cantieri medievali: una grande riserva di architetture da smontare.

Siena crebbe sopra la città antica, non fra rovine ancora in piedi. In altri centri gli edifici abbandonati erano cave già aperte; a Siena questa economia dello spoglio aveva poco da offrire. E non mancavano le alternative. Tra XII e XIII secolo torri, caseforti, mura e fabbriche ecclesiastiche utilizzarono largamente il calcare locale, la «pietra da torre». Dal Duecento dominò il mattone: le argille erano vicine, le fornaci numerose, la produzione organizzata. Il colore di Siena non nacque solo da un programma estetico, ma da una geologia divenuta tecnica e poi paesaggio urbano.

Il confronto con Pisa, così vicina e così diversa, è eloquente. Là i marmi antichi, recuperati o giunti da lontano per mare, furono esibiti dappertutto, dalla cattedrale e dal Camposanto; a Siena il prestigio pubblico parlò soprattutto con materiali nuovi, pitture e stemmi. Pisa mostrava Roma nei frammenti; Siena la raccontava.

Dire che a Siena non esistono reimpieghi non è però del tutto esatto. Nei cantieri si recuperarono pezzi di fabbriche precedenti, dalla Torre dei Malavolti al chiasso da dove si entra nel Castellare degli Ugurgieri. Altri riusi, nascosti nelle fondazioni, possono sfuggire. Quello che però manca è l’esibizione dell’antico, il frammento romano collocato perché tutti ne riconoscano l’età e l’autorità. Non l’economia circolare (espressione che i medievali ebbero la sorte di non conoscere) ma la retorica dello spolium.

Eppure la Siena medievale e rinascimentale volle essere romana con notevole ostinazione. La lupa con i gemelli compare negli edifici pubblici, nelle immagini civiche, sul pavimento del Duomo e sopra le colonne dei luoghi eminenti. Prima venne la lupa; poi, nel Quattrocento, la forma compiuta della genealogia di Senio e Aschio, figli di Remo fuggiti da Romolo, lo zio sterminatore. Anche i miti hanno i loro cantieri. Siena si costruì un’ascendenza romana senza le rovine necessarie a mostrarla in pietra. Adottò i simboli, non i materiali.

Un episodio vale più di molte teorie. Nel 1428 i Signori mandarono Duccino di Angelo a Orbetello per riportare a Siena una colonna di serpentino, un marmo verde della regione di Sparta. Pèleo Bacci, pubblicando nel 1927 i documenti, la riferì ad avanzi romani della zona. Nel 1430 i conti del Comune registrarono il pagamento a Giovanni e Lorenzo di Turino per la lupa in metallo dorato posta sopra la colonna dinanzi al Palazzo Pubblico. Se l’identificazione di Bacci è corretta, Siena dovette far venire da fuori perfino la colonna con cui esibire la propria ascendenza romana. Una città senza rovine sufficienti importava anche il suo antico.

In età moderna entrarono a Siena iscrizioni, sarcofagi e marmi antichi, attraverso il collezionismo e i rapporti con Roma. Il significato era ormai diverso. Non servivano a costruire la città comunale: arredavano palazzi, giardini, raccolte. L’antico non era più una riserva edilizia, era diventato distinzione sociale e si ricorreva anche ai falsi, come lo pseudo-sarcofago nell’architrave di palazzo Casini Casuccini in via del Pellegrini.

Perché dunque Siena non ha quasi reimpieghi romani visibili? Non per un precoce manifesto contro l’antichità. La modesta Saena Iulia offriva pochi materiali; calcare, marmo e argilla erano ben disponibili a poca distanza e rendevano meno necessario cercarli; l’espansione medievale produsse una città nuova, affidata a tecniche e risorse proprie. Su questa base materiale si innestò una scelta più sottile: Roma fu assunta come antenata, non come cava.

La memoria e l’invenzione della tradizione non ha sempre bisogno di reliquie autentiche. Può vivere in una lupa, in una leggenda, in due colori e in un nome. Roma fornì a Siena un passato; per le pietre, la città preferì provvedere da sé.

* Emanuele Papi è professore ordinario di Archeologia classica all’Università di Siena e direttore della Scuola Archeologica di Atene

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