Siamo noi questa terra. La festa dell’unità tra sviluppo economico e identità culturale
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Siamo noi questa terra. La festa dell’unità tra sviluppo economico e identità culturale

Dal rilancio delle produzioni di qualità alla giusta distribuzione del valore nella filiera, il Partito Democratico porta a Siena il confronto sul futuro dell’agricoltura, tra Agritech, sostenibilità e tutela del reddito degli agricoltori.

Siamo noi questa terra. La festa dell’unità tra sviluppo economico e identità culturale
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RedazioneOLTREilponte Modifica articolo

20 Agosto 2026 - 12.08


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di Andrea Mariotti

Cercare di dibattere sul presente dell’agricoltura e riaffermare la sua centralità nello sviluppo economico di un territorio è senza dubbio una grande responsabilità.

Se lo è assunto il Partito Democratico che a Siena proverà a farlo tra il 3 e il 6 settembre prossimo.

Ma questa officina permanente, laboratorio di strumenti e di pratiche politiche attive, dovrà riportare al centro del dibattito chi vive e pratica l’agricoltura ogni giorno, cercando di valorizzare esperienze e contributi di tutti, mettendo insieme l’alta formazione, l’impianto normativo e la forza produttiva delle aziende.

Proverà a farlo ben consapevole del momento difficile che stanno vivendo molti operatori del settore del nostro Paese. Citiamo, solo come esempio, il nostro olio: un articolo de Ilsole24ore di alcuni giorni fa riporta che tra frantoi oleari e cooperative agricole risultano stoccate oltre 200mila tonnellate di prodotto della passata campagna, immagazzinati a inizio 2025 di fronte ai primi segnali di discesa dei prezzi nella speranza di una ripresa delle quotazioni.

Da qui, ad esempio, l’importanza di attivare tutti i sostegni necessari alle nostre produzioni, ma anche -contestualmente- di valorizzare sempre di più i nostri prodotti di qualità, in modo che siano commercializzati a prezzi congrui.

Si pensi, a questo riguardo, alla centralità assunta dalla DOP economy -letteralmente il segmento della produzione e trasformazione dei prodotti agricoli destinati all’alimentazione a Indicazione geografica- come volano dei principali distretti agroalimentari italiani.

Ma più in generale, sarà fondamentale discutere di quale innovazione tecnologica serve e del suo trasferimento al mondo produttivo (il c.d. Agritech), tenendo a mente che la tecnologia deve essere a disposizione dell’agronomo di domani, arricchirne le sue competenze, non sostituirlo.  

Tutto questo, è bene sottolinearlo, ha un filo conduttore ben preciso che permette di riappropriarsi di un concetto nato a sinistra: facilitare il sostegno alla progettazione di sistemi agro-alimentari sostenibili, nella consapevolezza che una politica agroecologica si costruisce prendendo in considerazione le istanze di tutti i soggetti coinvolti, dagli agricoltori e gli operatori del settore, ai cittadini consumatori, mettendoli insieme e in confronto con i decisori politici.

Lo ha ricordato in questi giorni benissimo Camilla Laureti, europarlamentare e responsabile Politiche agricole nella segreteria nazionale del Partito Democratico a a margine dell’iniziativa bolognese “La Filiera che nutre il Paese”, quando ha sottolineato che “deve tornare centrale il tema della giusta distribuzione del valore lungo tutta la filiera agroalimentare, in particolare il reddito degli agricoltori e i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori”.

Del resto, troppo spesso viene sottaciuto il fallimento delle miracolistiche ricette vendute dal sovranismo (quelle che ha da sempre sostenuto l’attuale Ministro). Si prenda il mercato del vino: le esportazioni italiane hanno perso terreno lo scorso anno (segnando un -3,7% nel 2025, pari a circa 7,78 miliardi di euro) soprattutto a causa delle tensioni sui dazi USA voluti da Trump, che uniti all’innalzamento dei costi di produzione hanno causato, ad esempio, la contrazione della vendita delle bottiglie nei ristoranti e l’innalzamento delle giacenze dei magazzini.

E allora mai come adesso è bene rammentare che la sovranità alimentare non è mai stato sovranismo.

Significa ribadire, certo, che lo sviluppo economico e agricolo non si può ottenere semplicemente (o soltanto) con la liberalizzazione dei mercati e l’abbattimento delle barriere tariffarie.

Significa che la tecnologia deve essere bene comune di tutti e non strumento accessibile soltanto ad un’élite ristretta di aziende.

Significa difesa del lavoro e del giusto reddito per i piccoli produttori agricoli.

Significa sostenere economicamente e dal punto di vista infrastrutturale le comunità rurali, evitandone lo spopolamento.

Solo così saremmo capaci davvero di produrre cibo che non è solo alimento ma anche identità: allora sapremo riconoscerci davvero nella nostra terra e nei suoi frutti, saremo inconfondibili nella nostra unicitá.

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