Top

Rivivere il deserto nella Siena del Trecento

Il 15 maggio, una giornata di studi al Santa Maria della Scala organizzata dalla Società di Esecutori di Pie Disposizioni insieme al Dipartimento di Scienze Storiche e dei Beni Culturali dell’Università di Siena illuminerà alcuni aspetti del ciclo della Tebaide, da pochi mesi restaurato. Qui una proposta di lettura che vale come invito a visitare gli affreschi, collocati nel ventre dell’antico Ospedale di Siena.

Rivivere il deserto nella Siena del Trecento
Lippo di Vanni, Storie di santi monaci e anacoreti. Siena, Complesso museale di Santa Maria della Scala, sede storica della Società di Esecutori di Pie Disposizioni. ©Bruno Bruchi Fotografo
Preroll

Raffaele Marrone Modifica articolo

-


C’è un deserto nel cuore di Siena. Un deserto paradossale, non solo perché singolarmente ubertoso, percorso da acque e punteggiato di una ricca vegetazione; ma anche perché fittamente popolato dall’uomo e plasmato, almeno in parte, dalla sua operosità. Chi abita questo insolito deserto – ora raccogliendosi in preghiera in una spelonca, ora lavorando in un campo o in un orto con la vanga alla mano – sono i santi monaci e anacoreti: quei padri che, nei primi secoli della cristianità, si ritirarono a vita eremitica per cercare una più perfetta unione con Dio. È la loro presenza a sacralizzare il paesaggio desertico, trasformandolo per miracolo in una sorta di giardino verdeggiante e irriguo. Il messaggio sotteso è facilmente comprensibile: il modello di vita cristiana incarnato dai Padri del deserto permette, almeno idealmente, di ricostruire in terra la dimensione paradisiaca di cui l’uomo è stato privato dopo la Cacciata; una dimensione di rigoglio e armonia creaturale, nella quale un orso feroce può diventare una docile bestia da soma, e un leone può soccorrere le vittime di un furto.

Ma dove si trova, esattamente, questo deserto (che oggi chiamiamo Tebaide, in riferimento al deserto di Tebe d’Egitto)? È dipinto a buon fresco, con la povera tecnica del monocromo, in un locale che faceva parte della sede della principale confraternita di devozione senese fra Medioevo e prima età moderna, la compagnia dei Disciplinati sotto le volte dell’Ospedale di Santa Maria della Scala. Un intervento conservativo da poco ultimato, diretto da Laura Martini, ha restituito nuova leggibilità ai resti del mirabolante ciclo pittorico, che un tempo rivestiva ogni centimetro della volta e delle pareti del vestibolo dell’oratorio: uno spazio di transito, dove i confratelli si spogliavano degli abiti di tutti i giorni e indossavano le loro ‘divise’, le cappe di sacco chiaro, apprestandosi a entrare nell’ambiente destinato al culto e alla flagellazione rituale.

Rivivere sulla propria carne il dolore della Passione era il pernio dell’esperienza devozionale di questo gruppo religioso, nato sullo scorcio del XIII secolo: al punto che, nello stesso vano della Tebaide, i confratelli fecero dipingere anche la figura del Cristo portacroce, disposta a invitare coloro che transitavano nella stanza a prendere la croce e a seguirlo. Il percorso, però, non doveva essere precipitoso: prima della disciplina, durante la vestizione, i membri del sodalizio erano chiamati a soffermarsi e meditare sulle vicende degli antichi monaci e anacoreti, e a intendere come modello di condotta spirituale quella vita lontana dal vizio e dalle cose del mondo, fatta di solitudine, preghiere, letture e penitenza.

Il pittore che, verso il 1340, venne chiamato a mettere in figura le storie remote dei Padri del deserto seppe dare un aspetto attuale e tangibile a un luogo tanto esotico quanto ricco di connotati simbolici; e lo fece con una fragranza nella descrizione della realtà che in certi punti sembra pareggiare quel formidabile ritratto d’ambiente che sono gli Effetti del Buongoverno in campagna di Ambrogio Lorenzetti, di pochi anni precedenti (1338). Sorprende soprattutto la capacità di restituire gli accidenti naturali, come gli schizzi dell’acqua prodotti da un orciolo gettato nel fiume, o il vento che soffia fra i capelli di un barcaiolo; di individuare convincentemente le diverse specie botaniche (dalla palma alla vite, passando per la schiancia palustre); di rappresentare gli infiniti volti e le attitudini dell’umanità; di immortalare oggetti e attività dell’uomo, compreso il costume contemporaneo. Lo si vede soprattutto nei due nobili cacciatori, personificazione di un nefasto attaccamento ai piaceri di questa terra, che sono presentati con quelle vesti corte al ginocchio e quelle scarpette dalla punta lunga, all’ultimo grido, che vengono accesamente biasimati in una rubrica dello statuto della compagnia, oltreché da alcuni commentatori contemporanei: il cronista fiorentino Giovanni Villani parlava addirittura di una “sformata mutazione d’abito”. Dall’altra parte della volta, in contrappunto, sta la potente immagine di Maria Egiziaca, che corre via dall’abate Zosima nuda e libera di ogni legaccio mondano, perché il suo unico “vestimento” – si legge nella fonte testuale per molte delle storie dipinte, le Vite Patrum volgarizzate da Domenico Cavalca – è la “paraulla di Dio”.

Facebook Comments Box

Autore

Native

Articoli correlati