Quando il Chianti era un vino bianco
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Quando il Chianti era un vino bianco

Uno studio genetico su semi di 2000 anni conservati nel fango dei pozzi di Cetamura (Gaiole) rivela che il Chianti non produceva i rossi, bensì uve bianche derivanti da un clone dominante coltivato dagli Etruschi e poi dai Romani. Alcuni semi sono legati a varietà dell'Europa centro-orientale e imparentati con la celebre vite di Maribor (Slovenia), la più antica al mondo.

Quando il Chianti era un vino bianco
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RedazioneOLTREilponte Modifica articolo

16 Giugno 2026 - 11.54


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Arriva dai ricercatori dell’Università di York – che hanno pubblicato uno studio sul Journal of Archaeological Science – la ricostruzione genetica più aggiornata e completa mai realizzata su antichi semi di uva. I semi giacevano da 2000 anni nel fango di pozzi profondi a Cetamura, nel territorio di Gaiole, nel cuore del Chianti Classico, che hanno funzionato meglio di qualunque archivio: il fango privo di ossigeno ha bloccato la degradazione batterica, conservando intatto il materiale biologico.

Quegli ottanta semi, risalenti a un arco temporale che va dal 300 a.C. al 300 d.C., capovolgono l’immagine del Chianti come terra di vini rossi potenti. In epoca classica, infatti, il Chianti produceva uve bianche.

A commentare i dati sulla rivista Wine News (oggi, 16 giugno 2026) è Gianni Moriani, storico della cucina e del paesaggio agrario italiano, che spiega: «La grande maggioranza dei semi analizzati apparteneva a un’unica varietà identica, trasmessa direttamente dagli Etruschi ai Romani e mantenuta per secoli. Un clone dominante, dunque, di straordinaria stabilità genetica. E i marcatori hanno rivelato che questo vitigno produceva acini bianchi». Insomma, il Chianti Classico — oggi noto come Sangiovese in purezza o quasi, rosso e corposo, con una vocazione alle lunghe macerazioni — «discende da una tradizione viticola che era, nelle sue origini documentate, di tutt’altra natura cromatica e probabilmente organolettica».

Naturalmente è comprensibile che in duemila anni le cose siano cambiate in maniera profonda. Dopo la conquista romana, a Cetamura comparvero varietà di vite completamente nuove: “vitigni d’importazione” che suggeriscono l’introduzione di materiale vegetale da altre province dell’impero. Più rivelatrice ancora è la parentela genetica del clone dominante di Cetamura con due antichi semi analizzati in precedenza e provenienti dalla Francia meridionale. Ciò significa che l’Impero Romano gestiva una rete agricola a lunga distanza, capace di standardizzare la produzione vinicola su scala continentale. «Non si trattava solo di commercio di anfore e di vinum imbottigliato, ma di circolazione di materiale propagativo — riassume Moriani — di scambi di marze e talee, di una vera e propria politica viticola».

C’è di più: tra gli ottanta semi analizzati, uno appartiene a una famiglia di vitigni ancora oggi coltivati nell’Europa centrale e orientale; la sua somiglianza più prossima è con una rara varietà ungherese, la Baratcsuha szürke. Ma il collegamento più straordinario è con la vite di Maribor, in Slovenia, ufficialmente riconosciuta come la vite più antica al mondo ancora capace di produrre frutti. È la prova materiale che la viticoltura procede per trasmissione lenta e capillare, attraversando secoli, conquiste, guerre e spostamenti di popoli.

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