Siena a piedi e senza un soldo: la mia passeggiata col contapassi a caccia di una panchina
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Siena a piedi e senza un soldo: la mia passeggiata col contapassi a caccia di una panchina

Da San Prospero a Piazza del Campo e al Duomo, diario di un percorso domenicale per misurare l'ospitalità dello spazio pubblico. Tra dissuasori, smartphone e regolamenti sul "decoro", la città rimane 'umana' più per la forza del passato che per le azioni sul presente.

Siena a piedi e senza un soldo: la mia passeggiata col contapassi a caccia di una panchina
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Gabriella Piccinni Modifica articolo

7 Giugno 2026 - 16.44


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Camminare e sedersi sono azioni che non possono essere separate, perché la prima crea un dispendio di energia che può essere recuperato solo con la seconda. A Siena, come in vari altri centri storici del nostro Paese, le possibilità di sedersi senza pagare almeno un caffè sono davvero troppo poche. Allora decido di fare una semplice passeggiata domenicale dalla mia abitazione fino al Duomo; ho con me il contapassi e registrerò ogni volta che avrò la possibilità di usufruire di un punto di sosta gratuito.

La partenza: dal Parco delle Rimembranze a San Domenico. Azzero il mio contapassi davanti alla farmacia comunale di San Prospero, a pochi passi dall’attracco degli autobus al Campino, sotto la Fortezza.

Passo 380: intorno alla Fontana del Parco delle Rimembranze – luogo per sua natura sufficientemente ombroso e ameno, a parte l’erba secca a chiazze su quelle che una volta erano aiuole – diverse panchine, vecchie e nuove. Ci si può sedere anche sul bordo della vasca, godendosi l’ombra, la frescura e il suono dell’acqua.

Passo 749: mi intruppo con un gruppo di tedeschi che osservano di passata l’affaccio adiacente al Prosperino café, dove un bel muretto consente di godere seduti di un panorama mozzafiato. Ma proseguiamo a passo di carica fino a San Domenico.

Passo 1221: qui ci sarebbe da sedersi all’ombra del giovane albero che ha sostituito quello abbattuto mesi fa. I turisti però puntano ai bagni pubblici.

Il cuore della città: la desolazione di Piazza Matteotti e i dissuasori. In piazza Matteotti le balaustre delle scalette sono uno dei pochi appoggi disponibili. La stazione dei taxi non offre né una pensilina né una seduta. È uno spazio ampio ma sorprendentemente poco accogliente.

Passo 1718: noto con dispiacere i dissuasori metallici che impediscono di sedersi lungo le vetrine dell’ex Consorzio Agrario, il “pensatoio” della mia giovinezza. Per fortuna, tra piazza Salimbeni e piazza Tolomei, restano utilizzabili i sedili di marmo, i basamenti delle statue e gli scalini delle chiese.

Passo 2146: gli scalini delle Logge di Mercanzia sono occupati da “spippolatori” dediti a fare l’amore con il cellulare.

L’arrivo in Piazza: gli smartphone e il “decoro”. Viro verso Banchi di Sotto e sfioro i lunghi bancali di marmo di palazzo Piccolomini.

Al passo 2350 entro in piazza del Campo e mi godo il colpo d’occhio: qualcuno è seduto sul mattonato a guardare le meraviglie che lo circondano, altri si appoggiano ai colonnini o al Gavinone. Qui mi torna in mente il nuovo regolamento di polizia del comune di Siena, che vieterebbe di sedersi a terra, sui gradini delle chiese e lungo le vetrine nel centro storico. Trovo questo provvedimento inutile e illogico, perché la fruizione di un luogo carico di valore, estetico e simbolico come questo, deve poter avvenire anche in una modalità contemplativa, come un’esperienza dei sensi. Del resto, non vedo come campeggi improvvisati e bivacchi (che possono sì ledere il decoro urbano, sporcare e danneggiare il patrimonio) c’entrino con questo. Qui si parla di semplice spontaneità, che è la vita stessa della città. Tra i ricordi più belli della mia giovinezza ci sono proprio le serate passate seduti in piazza, sugli scalini delle chiese o davanti ai negozi chiusi, a parlare fino a tardi.  Erano momenti in cui sono stata fiera della mia città e felice di viverci. Solo chi non ha ricordi di questo tipo può pensare alla piazza come a un luogo da traversare, il più in fretta possibile.

Verso il traguardo al passo 2722: lascio la piazza e affronto la breve salita della Costarella. Al passo 2878 sono davanti alla Accademia chigiana dove, ancora una volta, sono antichi sedili di marmo ad offrirsi a chi abbia bisogno di un attimo di riposo.

Passo 3400: i lunghi sedili davanti a Santa Maria della Scala consentono di ammirare la cattedrale. Mi siedo invece sul sagrato, un po’ per protesta e un po’ per piacere.

Al passo 3928 sono in via di Diacceto dove un gruppo di turisti si è appoggiato all’affaccio per ammirare il superbo scorcio su Fontebranda e San Domenico. Mi butto giù per la Galluzza, risalgo per la ripida via del Campaccio e, finalmente, a chiusura della serie di ristoranti e pizzerie, incontro una timida e solitaria panchina.

Il cerchio si è chiuso. Eccomi di nuovo  a San Domenico. Al termine del percorso, poco meno di seimila passi, la mappa della sosta appare chiara: le panchine pubbliche, quelle vere, capaci di accogliere senza chiedere nulla in cambio, sono rimaste confinate quasi tutte all’inizio e alla fine del mio viaggio, intorno alla Fortezza. Nel cuore della città riposarsi significa consumare a un tavolino oppure arrangiarsi sulle sedute che ci hanno lasciato in eredità i secoli passati: scalini di chiese e sedili di pietra di palazzi tardo medievali o rinascimentali. Di nostro ci abbiamo messo davvero pochino. Come se la logica dei nostri anni si fosse esaurita nello sforzo di orientare gli abitanti e le masse di visitatori verso gli esercizi commerciali. Eppure, nessuno può impedirci di sospendere una camminata per concederci una sosta, non fosse altro che per il fatto che sedersi può essere reso indispensabile da un improvviso calo di energie, da un bambino che teniamo per mano, dall’anziano che abbiamo a braccetto, oltre che della sana voglia di contemplare un paesaggio dopo aver girovagato, di socializzare o anche, perché no, di farsi un selfie o mandare un messaggio whatsapp.

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