di Vincenzo Coli
Non passano invano, vent’anni. Per dire: arco di tempo narrativo esemplare, si tratti di letteratura oppure di cinema. Tra l’inizio e la fine, ai tempi di Alexandre Dumas che raccontava nell’Ottocento le avventure seicentesche dei suoi moschettieri, in quei quattro lustri ci stava comoda una generazione intera. A volercisi rispecchiare oggi, la mise en abîme sarebbe assicurata. Vertigini ineludibili – lo sappiamo bene – quando dalla vita vera si passa alle convenzioni romanzesche, tante sono le sostanze zippate in una trappola vagamente risarcitoria rispetto al dolore di ogni giorno: storie personali, speranze, ambizioni, delusioni, amicizie che diventano inimicizie, amori nati, amori finiti.
Contenitore generoso di picchi emotivi, sbrilluccica assai e perfino sazia Il diavolo veste Prada 2, di David Frenkel, 2026 (al Metropolitan), sequel di Il diavolo veste Prada, 2006,sempre di Frenkel, dal libro omonimo di Lauren Weisberger. Vent’anni dopo, appunto, ma il mondo, tutto intorno, corre. E se li conti a partire dal XXI secolo, durano parecchio meno rispetto a ieri. Gli USA sono passati dall’umanesimo compassionevole di Barack Obama alla spietatezza affaristica di Donald Trump. L’ambiente è ancora quello cinicamente glamour dell’alta moda e dei media che ne amplificano le follie, motivate da qualcosa di nuovo, anzi di antico: culto spietato del successo, fame incontrollabile di denaro, vampate immoderate di passione. Tutto contrastato appena da bagliori di etica in rari testimoni destinati al sacrificio.
Di inedito rispetto al primo film, c’è il dilagare della tecnologia, l’arrembare delle bolle speculative, la guerra senza quartiere tra i generi. La rivista cartacea, spolpata da Internet, soffre crisi di pubblicità, si affacciano le opportunità ambigue dell’intelligenza artificiale. Riprese a New York e a Milano, tante passerelle, apparizioni speciali a picce: Dolce e Gabbana, Donatella Versace, Marc Jacobs, Lady Gaga, Brunello Cucinelli, Heidi Klum, Karolina Kurkova, Winnie Harlow. La dispotica direttrice Miranda (Meryl Streep, sempre strepitosa) che anni prima sembrava un clone della tremenda Anna Wintour di Vogue America, ora deve affrontare come rivale l’ex segretaria ed ex ingenua Andy (Anne Hathaway), maturata fino a diventare dirigente in carriera. I dialoghi brillanti occultano il senso di sperdimento di fronte al crollo del giornalismo di una volta, tra le due donne si profila un bel duello, professionale e anche sentimentale, visto che gli uomini in azienda (Stanley Tucci, Kenneth Branagh) ormai hanno funzioni di complemento…
In Michael di Antoine Fuqua (all’Alessandro VII), gli Stati Uniti degli anni Settanta e Ottanta fanno da sfondo alla lunga ascesa verso il successo di Michael Jackson (interpretato dal nipote Jaafar Jackson), dalla costituzione del complesso di fratelli canterini Jackson 5 fino al successo planetario di Thriller, il primo videclip della storia. Numeri musicali e coreografie sono impeccabili, Jaafar canta con la sua voce. È da qualche tempo che gli interpreti di questi biopic non si fanno doppiare sul palco (Rami Malek/Freddy Mercury, Thimothée Chalamet/Bob Dylan), la scelta fa onore alla loro professionalità. Peccato che la storia del film si interrompa molto prima dell’insorgenza dei famosi guai giudiziari. Con un po’ di coraggio, i produttori avrebbero reso felici orde di avvocati.