di Marcello De Cecco
Una piccola città, con un grande passato, uno splendido Duomo, una Università di recente prestigio, una grande istituzione finanziaria che mantiene il suo quartier generale dove è nata, molto tempo fa.
È Siena. Certo. Ma potrebbe essere anche Norwich, nel Nord-Est dell’Inghilterra. Ha un grande passato, di produttrice della lana che i toscani compravano e trasformavano in panni, e poi di protagonista della rivoluzione agraria inglese, una magnifica cattedrale gotica, una recente ma affermata università, e una grande società di assicurazione, la Norwich Union, che resta lí ma lavora in tutto il mondo. Ha dato i natali anche alla più grande banca d’Europa, la Barclays, ma quella si è spostata a Londra ormai da due secoli, anche se mantiene la sua sede originaria trasformata in filiale, che è un bellissimo esempio di architettura georgiana.
Potrebbe essere anche Trieste. Dopotutto non è così grande, e il porto non è mai tornato agli splendori asburgici. Ma ha una società di assicurazione, le Generali, più grande di quanto siano il Monte dei Paschi o la Norwich Union messi insieme.
E, perché no, Clermont Ferrand, sede della Michelin, la più grande fabbrica di pneumatici del mondo.
Se ci spostiamo in Germania, troveremo parecchi altri esempi del genere. Quindi, col permesso dei senesi, non sono solo loro a vivere un’esperienza che credono unica al mondo.
Ho iniziato la mia carriera universitaria proprio a Norwich, in un’Università nuova di zecca, ospitata in edifici “neo-brutalisti” che sono su tutti i manuali di architettura. Due anni dopo, sono venuto a Siena, in una Facoltà nuova di zecca, ospitata allora nel Palazzo del Capitano, a due passi dal Duomo.
La Siena che ho conosciuto era ancora quella di Federigo Tozzi. Spoglia, silenziosa, austera, bellissima. Alle nove di sera non c’era per le strade alcun senese, solo piccoli gruppi di soldati meridionali, di studenti e di professori fuori sede, anche loro in gran parte meridionali, camminavano senza meta, in un meraviglioso, irreale silenzio.
Le vetrine dei negozi erano semivuote, a Natale non si accendevano luminarie, quei festoni elettrici che ora ci affliggono dappertutto.
La prima minigonna non fece a tempo ad arrivare. Si dové attendere la ripresa di quella moda, perché allignasse anche a Siena.
In bocca agli abitanti fioriva ancora una lingua splendente, piena di frasi idiomatiche che noi forestieri avevamo letto solo sui libri. Chi altro, in Italia, usava il verbo “mentovare”? Chi altro diceva “mi spira” per dire “ho desiderio di”?
Il mercato, a Siena, era un concetto ignoto. Indicava solo la fiera settimanale del mercoledí alla Fortezza. Ma tutte le transazioni di qualche conto si svolgevano come rapporti tra persone, con un forte coinvolgimento sociale. C’erano tanti mediatori di immobili, ma chi voleva una casa, o un podere, li trovava manifestando la propria necessità a persone che esercitavano funzioni di leadership sociale. Era accontentato, e pagava anche “il giusto”.
Negozianti e mercanti non si facevano concorrenza. Ognuno aveva la sua clientela fedele, ed era chiaro che i cittadini erano uniti contro i contadini.
Quando io arrivai a Siena, tuttavia, buona parte dei contadini si era, a causa della fine della mezzadria, inurbata: chi guidava gli autobus urbani, chi spazzava le strade, chi faceva il portantino all’ospedale, chi il bidello all’Università o al Monte. Alla domenica, tutti a curare l’orto, a cercar funghi, a fare l’erba per i “coniglioli” tenuti in avventurose sistemazioni cittadine o in più tradizionali stalle campestri. Di funghi si parlava quanto di Palio, e se volevi farti amico un bidello o un portantino, bastava parlargli di cose di campagna, per ridergli negli occhi un’immediata attenzione.
Confesso – ma si sarà capito – di avere di quella Siena una grande nostalgia. Non c’erano molti altri posti, in Italia e nel mondo, dove un forestiero, se non mostrava arroganza, fosse meglio accolto. Già il motto che leggeva entrando da Camollia, Cor magis tibi Sena pandit, poteva prenderselo per sé, non sapendo che se l’era fatto scrivere per sé O comunque era stato pensato per Cosimo, nuovo padrone in visita. Basta guardare le lezioni di Contrada, con quelle liste di cognomi, tanti dei quali inequivocabilmente meridionali, per capire quanto sia stato facile agli immigrati ambientarsi, essere ammessi nei sancta sanctorum dei senesi.
Io vengo da una cittadina orgogliosa e piena di senso civico, i cui abitanti, tuttavia, si sono fatti espropriare tutto quello che hanno realizzato: dalla fiera internazionale del Medioevo, alla Corte d’appello dei tempi di Murat, alla banca popolare di oggi. Ho pertanto la massima ammirazione per chi, come i senesi, fa quadrato e difende quel che ha. Anche a costo di sembrare vittima di un ottuso campanilismo.
Contesso, tuttavia, e anche questo si sarà capito, che nella Siena di oggi mi ci sento assai meno a mio agio. Nelle campagne, dove ogni possibile campo di grano ben esposto è divenuto un vigneto dove si producono vini costosissimi, e ogni casa colonica si è trasformata in un bed and breakfast. In città, dove la “sangimignanizzazione” è ormai quasi completa, dove i negozi rutilano di prodotti tipici e ogni edificio è stato ultrarestaurato, dove in ogni seconda porta si trova una taverna, un’osteria, una vineria, dove, se ci si ferma alla Croce del Travaglio, si vedono passare solo americani e giapponesi o studenti meridionali ultrabenestanti (dato il costo dell’abitare a Siena).
È certo cosa meritevole di studio la trasformazione dei senesi da gente deliziosamente lenta e priva di ansie in popolo dinamico e animato da spirito di accumulazione e realizzazione. Lo stesso vale per le istituzioni senesi, ora fatte funzionare da giovani cortesi e solleciti, tanto diversi dai meravigliosi ex contadini di trent’anni fa. Perfino il Monte è divenuto un po’ piú efficiente. La mattina, in Piazza Salimbeni, è tutto un via vai di giovani vestiti nell’uniforme bancaria internazionale, e si sente parlare molto inglese con accenti improbabili: inviati di investment banks, di rating agencies, di bond dealers, che vengono a presentare le loro proposte ai dignitari bancari locali.
Se è divenuto un po’ piú efficiente, il Monte ha anche perso molto della sua vecchia schiettezza, quando un direttore centrale poteva dirti “io sono figliol di Parlachiaro”, Infilando un detto popolare dopo l’altro per commentare, con grande acutezza, complesse operazioni di banca o di finanza. E anche in corso – il Monte – in qualche sgradevole disavventura, e ha preso a bordo, dopo la riforma dello Statuto, anche gente non precisamente immacolata. Ora i direttori centrali non usano piú l’adagio contadino per illustrare le loro operazioni, ma non mi pare che queste siano divenute piú brillanti.
Francamente, la riforma delle banche pubbliche non mi è piaciuta granché. Il capitale dei banchi pubblici non si è mobilitato, rinchiuso com’è rimasto negli scrigni delle Fondazioni. Il localismo mi pare parecchio aumentato rispetto a prima, con l’ufficializzazione di rappresentanze in consiglio nel passato impensabili. La pressione sull’azienda bancaria, nel caso senese, perché distribuisca sempre maggiori utili, da girare poi alle “forze sociali” tramite la Fondazione, non opera per una capitalizzazione della banca sufficiente a farle giocare ruoli impegnativi nella razionalizzazione bancaria italiana.
Quanto alla destinazione degli utili, mi sembra che i circenses quali la squadra di calcio e di basket in Serie A e un infinito dipanarsi di costose mostre d’arte, tutte giocate sull’uso ormai eccessivo del patrimonio culturale della città e del suo territorio, oltre che la consueta pioggia di contributi a tutti i possibili enti e società senza fini di lucro, portino a un dilapidarsi senza molto costrutto di buona parte di una enorme somma annua, ormai usualmente attorno ai cento milioni di euro.
Con un terzo di quella somma, investito in ricerca ogni anno, sarebbe già potuto costituire un parco tecnologico del livello di quello del Trinity College di Cambridge, risolvendo cosí in bellezza il problema principale di Siena, che è quello di come agganciarsi all’economia del nuovo millennio al livello piú elevato. Sono molto belli i bed and breakfast, i negozi di prodotti tipici, le osterie, trattorie e vinerie. Ma ci sarebbero, caso quasi unico in Italia, i mezzi per uscire una buona volta da questa spirale di affittacamere e servitori di lusso, per rimettersi al passo con le avanguardie culturali e scientifiche del resto del mondo, per far gravitare di nuovo, dopo tanti secoli, verso Siena quelli che il mondo lo cambiano, come residenti e lavoratori, e non solo come ammiratori di Duccio e del pavimento del Duomo o della fettunta e del Brunello.
Non ci si può aspettare che una virata in questo senso la imprima la Banca. I suoi managers fanno il loro mestiere, ed è bene che eccellano in esso, invece di stare a preoccuparsi anche di dover dire alla città come sarebbe meglio investirli, e non solo spenderli in consumi pubblici opulenti. Questo compito spetta ai cittadini di Siena. Sono loro a doversi immaginare un futuro migliore di quello di meri operatori turistici, sia pure a buon livello. Basterebbe imitare quel che fecero Sclavo e D’Antona e il mio concittadino Petragnani nei primi decenni del Novecento. Fecero, quei signori di poche parole e di molti fatti, quel che il Trinity College e le grandi università californiane avrebbero realizzato molti decenni dopo. Non può la città.
Che li ha visti fiorire e che poi è stata incapace di replicarne la ricetta, rassegnarsi a credere che si sia trattato di un irripetibile fiammata. Bisogna, col denaro che fluisce a Siena dai circuiti finanziari di tutto il mondo, lanciarsi in una nuova fase di quell’avventura. Solo con un grande progetto, portato avanti senza deflettere per parecchi anni, Siena può giustificare di fronte al resto del paese la caparbietà con la quale si ostina a tenersi la sua banca. E può volgere verso un comportamento virtuoso, e pensoso del destino dei senesi di domani, un’istituzione come la Fondazione, che a Siena come altrove, può risolversi altrimenti in un meccanismo di sperpero e di rallentamento delle dinamiche che la Banca di cui è proprietaria.
Deve seguire per restare a un buon livello sia regionale che nazionale. Concentrando una fetta annua consistente degli utili in un progetto Articolato ma unitario di sviluppo della ricerca e della tecnologia si riuscirebbe a dare, dalla periferica Siena, una bella lezione di cosmopolitismo e di vera modernità. Se non lo si farà non ci si potrà lagnare delle conseguenze che potranno derivare sulla qualità della popolazione senese da un attardarsi in attività dignitose ma prive di un futuro di livello elevato. Lo splendore della città e del territorio senese, il loro grande passato meritano vuole università e attività lavorative degne di loro, e cioè di eccellenza mondiale. Non pensarci a tempo vuol dire anche allevare nuove leve di cittadini che, alla fine, non saranno nemmeno capaci di tenersi la banca. I lusinghieri risultati ottenuti mettendo la città al passo dei tempi negli ultimi trent’anni, anche con le chiose che un vecchio passatista come il sottoscritto ne ha fatto, sono di fatto una pericolosa trappola nella quale i senesi possono cadere se non ne vedono a tempo la precarietà di lungo periodo. Avendo ottenuto il buono, ora devono ricercare l’ottimo e non contentarsi di risultati che non possono nemmeno essere consolidati se non ci si spinge più avanti.
Concludo riaffermando il monito già enunciato: il futuro di Siena non può deciderlo né il Monte, né la Fondazione, che ne è proprietaria, e tale dovrebbe restare. Devono tracciarlo i senesi il futuro e hanno il dovere di pensare in grande, come fecero i loro antenati dei tempi della gloria. I soldi ci sono. Ci siano anche le idee.