di Simone Marrucci
Venerdì 23 ottobre, ai due lati del Campo, sono andate in scena vicende molto diverse. A Palazzo Sansedoni, la Fondazione Monte dei Paschi ha scelto da che parte stare nella partita che si gioca all’assemblea della banca. La sera, sul lato opposto della piazza, il tappeto rosso del Cortile del Podestà accoglieva gli ospiti della prima nazionale di Belle e la Bestia – Il Musical, che apriva la stagione dei Teatri.
In un caso, l’atteggiamento era quello di chi nel dubbio, si è preparato per la notte degli Oscar. Dall’altra parte c’erano, invece, meno lustrini: con lo 0,2 per cento del capitale la Fondazione non può incidere, ma ha scelto di sostenerne l’autonomia, appoggiando il piano Lovaglio. La posta in gioco è alta: sono in bilico funzioni di direzione per le quali ci sono promesse, ma non garanzie scritte; posti di lavoro qualificati; l’indotto che da secoli vive intorno a Rocca Salimbeni; il credito alle imprese del territorio. Pezzi di città rischiano di sparire, con conseguenze economiche tutt’altro che simboliche. Perfino il nome potrebbe essere amputato: Banca Monte dei Paschi, senza «di Siena».
La sorte della banca pesa ancora di più in una città che, in mezzo secolo, ha perso quasi un residente su cinque e dove alcune aziende sono in crisi, i negozi chiudono, gli studenti faticano a trovare una stanza a prezzi accettabili e molti giovani laureati fanno la valigia per l’estero. Al dividendo del «babbo Monte» si è sostituito quello degli affitti brevi, che riempie i portafogli e svuota le case dai residenti. Nella fiaba, Belle torna dalla Bestia e contribuisce a spezzare l’incantesimo. Qui un giovane si laurea, ringrazia e prende un volo per Londra. L’incantesimo è finito: il rapporto Ires appena presentato segnala che, nella provincia di Siena, il debito medio al consumo è di 7.117 euro per nucleo familiare, esclusi i mutui. A questo si aggiungono la situazione internazionale, le sue ripercussioni sui prezzi e la crisi di molte aziende anche in città.

Un sipario che si apre sul red carpet, mentre per il Monte dei Paschi si annunciano i titoli di coda, sembra una scena da ancien régime, senza bisogno di scomodare le leggendarie brioche di Maria Antonietta: la «corte» in posa sotto i flash e, fuori dall’inquadratura, una città che perde abitanti, posti di lavoro e, probabilmente, una banca, in un mondo che offre ben pochi motivi per sentirsi al riparo. Verrebbe da commentare: ai senesi con questi problemi e ai cassintegrati «dategli Topo Gigio», che in effetti è apparso nella foto di gruppo e tornerà al Teatro dei Rinnovati, a dicembre, in un musical.
Sia detto con rispetto per chi fa il proprio lavoro e per un Comune che investe risorse in una stagione teatrale importante. Il teatro serve alla crescita culturale della città e merita pubblico, attenzione, entusiamo ma, proprio per questo, non si può chiudere in una bolla di frivolezze (per quanto attenuate dal sostegno all’Aidap Siena sui disturbi alimentari e sull’immagine di sé). Per dire, tre giorni prima alla Scala era in programma la prima del Faust. Musicisti e coristi, in sciopero per il rinnovo del contratto, avevano eseguito il Va’, pensiero davanti al teatro: una scena pubblica nella quale la musica e le condizioni di chi la produce stavano insieme. A Milano la realtà è entrata in scena con una protesta, a Siena gli interlocutori non sarebbero mancati per legare l’apertura del teatro alle vicende della città e suggerire un’altra idea di prestigio.
Una cerimonia, che si svolge nel cortile del Palazzo Pubblico, parla attraverso ciò che mette in mostra: esibire un piccolo mondo di celebrità e sorrisi di rito rischia di far apparire al riparo chi rappresenta i senesi. È questa distanza ad aver fatto sembrare stonata la passerella, specialmente in un giorno particolare. Il tappeto rosso serve a far notare chi arriva. Siena avrebbe bisogno di un modo altrettanto efficace per accorgersi anche di chi se ne va, rischia di perdere il lavoro, non arriva a fine mese e si indebita.