di Pino Di Blasio
La sensazione, netta, è che la partita sia finita. L’ultimatum di Intesa Sanpaolo, mascherato sotto le spoglie di un rialzo minimo, appena un quarto di euro in contanti per azione, ma subordinato alla bocciatura completa del piano Lovaglio per difendere il Monte dei Paschi dall’offerta pubblica di scambio, ha centrato l’obiettivo. Delfin si è impegnata ad adottare, in occasione dell’assemblea degli azionisti del Monte in programma il 29 ottobre, “condotte di voto che siano coerenti con le condizioni dell’Offerta a quella data”.
Tradotto, Delfin aderirà all’offerta pubblica di acquisto e scambio lanciata da Intesa e non voterà nessuna delle tre opzioni proposte da Luigi Lovaglio, ad di Banca Mps. Nè le offerte pubbliche di scambio su Banca Generali e Banco Bpm, né la fusione di Mediobanca in Mps con conseguente extradividendo da 4 miliardi di euro, tra contanti e azioni generali, un pacchetto del 4,5%, parte del 13,3% detenuto da Mediobanca. Delfin è il primo azionista di Banca Mps, ha 534 milioni e 674mila azioni, pari al 17,6% del capitale di Rocca Salimbeni. Impossibile raggiungere il 66% dei voti nell’assemblea senza il suo consenso, dando per scontato che il Governo, che ha il 4,8%, e Banco Bpm, che è parte correlata dell’operazione, non parteciperanno all’assemblea e non voteranno. Mentre il gruppo Caltagirone, che avrebbe complessivamente il 13,2% del Monte è schierato con Intesa Sanpaolo sin dall’inizio.
Il Monte dei Paschi, così com’è oggi, e Luigi Lovaglio, con gli alleati che gli sono rimasti, non hanno molti margini di manovra. Possono sperare ancora nell’Antitrust, che obblighi Intesa a cedere altri sportelli rispetto ai 635 che passeranno a Bper, ma non sarà un veto decisivo. Semmai un obbligo alla ridefinizione dei perimetri di azione, delle aree di presenza, degli sportelli da chiudere. Assieme alla precisa definizione dei 6.800 esuberi di dipendenti, da dividere tra Mps e Intesa, tutti su base volontaria e con la forma dell’esodo incentivato e dell’isopensione.
La mossa decisiva è stata quella di sabato 3 ottobre: il rialzo di 25 centesimi nella componente cash deciso da Carlo Messina, che ha portato ad alzare il valore dell’offerta di circa 800 milioni di euro, subordinato però ai voti contrari a tutti e tre i punti nell’ordine del giorno dell’assemblea Mps. Se il 66% dell’assemblea voterà anche solo per la fusione di Mediobanca in Generali, Intesa Sanpaolo ritirerà l’offerta. Un ultimatum, letteralmente. E Delfin ha voluto spazzare ogni illusione dal campo, dichiarando il suo appoggio al piano Messina.
C’è un senso in tutto questo: se Lovaglio fosse riuscito a fondere Mediobanca nel gruppo Mps, e fosse riuscito a ridurre il pacchetto Generali (che è il bottino di guerra più ricco in questa disfida), avrebbe complicato la strategia di Messina, anche sul fronte Compass, la società di credito al consumo, che rischiava di finire in Bper. Un groviglio di partecipazioni intrecciate, con gli azionisti più ricchi ma un Monte più povero e meno appetibile.
Il progetto di Lovaglio di scombussolare la mappa del risiko, facendo intervenire altri partner e disorientando l’attaccante, si è arenato ora.
Cosa succederà nei prossimi giorni? Intesa Sanpaolo, come già anticipato su queste pagine, ha arricchito la sua offerta di progetti con il sistema universitario senese, di corsi o scuole di tecnologia finanziaria, e la garanzia di una direzione commerciale da aprire in Toscana o a Siena. Dall’altra parte ci sono le promesse di Carlo Cimbri e Unipol, patron di Bper, di conservare la direzione generale a Siena e il marchio Mps, con garanzie sull’occupazione.
Ma sembra inevitabile che il Monte dei Paschi di Siena cesserà di esistere dopo 555 anni di vita, 550 dei quali vissuti sotto l’ombrello di un proprietario pubblico, che cambiava nome nei secoli, da Repubblica di Siena a Granducato, da Regno d’Italia a Stato, da Comune di Siena a Governo. Non sarà più lo stesso, ci sarà una banca che si chiamerà Monte e avrà 635 sportelli, ma sarà di proprietà di Unipol e sorellastra di Bper. Mentre il resto degli sportelli avrà il marchio Intesa Sanpaolo, o un’altra insegna nel caso di ulteriori cessioni imposte dall’Antitrust.
Non è finita finché non è finita, diceva Yogi Berra, grande giocatore di baseball. Ma stavolta gli avversari hanno segnato un fuoricampo. Un home run, una corsa verso casa, per restare sul diamante.