Che cosa raccontano di noi le cose che decidiamo di buttare? E soprattutto, siamo davvero sicuri che ciò che definiamo “rifiuto” smetta di avere un ruolo una volta finito nel cestino? Sono alcune delle domande al centro di Io mi rifiuto, la mostra di Edoardo Malagigi che, dopo la prima tappa tra Pontassieve e Pelago, approda a Pienza dal 26 settembre al 15 novembre 2026.
Il progetto nasce dall’incontro tra arte, ambiente e responsabilità collettiva e fa dello spostamento stesso della mostra parte integrante del percorso. Cambiando luogo, le opere cambiano prospettiva: incontrano nuovi paesaggi, nuove comunità e nuovi visitatori, mantenendo però intatte le domande sul modo in cui produciamo, consumiamo e attribuiamo valore alle cose.
Il punto di partenza è lo scarto. Cartone, Tetrapak, materiali poliaccoppiati, plastica riciclata, pulper e filtri esausti, normalmente destinati a essere eliminati, diventano nelle mani di Malagigi materia per nuove forme artistiche. Il riuso, però, non è soltanto una tecnica: è parte integrante del significato delle opere. Il materiale recuperato conserva infatti la traccia della propria storia e diventa una sorta di memoria visibile del sistema produttivo da cui proviene.
Nel percorso espositivo compaiono animali estinti o minacciati, figure dell’immaginario collettivo e oggetti familiari trasformati. Il dodo, l’orsa polare e il rinoceronte portano il visitatore a spostare lo sguardo oltre la dimensione umana, verso le altre forme di vita coinvolte nelle conseguenze dell’inquinamento, dell’estinzione e della crisi degli ecosistemi.
Un ruolo particolare è affidato a Pinocchio, figura ricorrente nella ricerca dell’artista. Il celebre burattino diventa una lente attraverso cui interrogare ciò che consideriamo vero e ciò che invece preferiamo non vedere. In lavori come Grigio, Pinocchio di Pinocchi ed End Game, la figura attraversa temi che riguardano il consumo delle risorse, la produzione industriale e la guerra.
Proprio End Game, realizzato nell’ambito di Agrigento Capitale Italiana della Cultura 2025, porta la riflessione sul terreno dei conflitti contemporanei. Il Pinocchio antimilitarista, segnato dalle immagini delle armi, pone una domanda sul rapporto tra guerra, produzione e commercio degli armamenti: quanto di ciò che viene presentato come inevitabile è invece il risultato di scelte umane?
Accanto a queste opere trovano spazio Oscar, La forma perfetta, Rammendo e la Sfera di Tetrapak, lavori nei quali lo scarto non viene nascosto né semplicemente cancellato, ma trasformato mantenendone riconoscibile la provenienza. L’oggetto recuperato diventa così contemporaneamente testimonianza di un modello produttivo e materia attraverso cui immaginare possibilità diverse.
A Pienza questo percorso assume un significato particolare. La mostra arriva infatti nell’anno del 30° anniversario del riconoscimento UNESCO del centro storico come Patrimonio Mondiale dell’Umanità, inserendosi in un contesto in cui il rapporto tra conservazione, territorio e futuro è particolarmente significativo.
«Il lavoro di Malagigi offre uno sguardo sensibile e contemporaneo, capace di cogliere le ispirazioni del paesaggio, della memoria e del tempo. Le opere non si limitano a rappresentare, ma interpretano, interrogano e offrono nuove prospettive su ciò che è stato, che è, e che sarà», sottolinea la vicesindaca e assessora alla Cultura Angela Vegni.
La mostra sarà inoltre diffusa in diversi luoghi del centro cittadino: dalla Chiesa di San Carlo Borromeo al Largo Mario Luzzi, dal Loggiato di Palazzo Comunale alla Sala Consiliare, fino a Piazza Galletti. Una scelta che porta le opere fuori dal tradizionale spazio museale e le mette in relazione diretta con il tessuto urbano e con la vita quotidiana della città.
A questa dimensione si aggiunge il coinvolgimento dell’Associazione Spazio Giovani Pienza, che contribuisce al progetto dando voce alle nuove generazioni. Le didascalie delle opere saranno infatti ascoltabili attraverso QR code, offrendo ai visitatori anche il punto di vista dei ragazzi coinvolti.
«La collaborazione con lo Spazio Giovani Pienza come partner di questo percorso è una scelta necessaria per ribadire ancora una volta l’importanza della centralità di ragazzi e ragazze che si impegnano a mantenere viva la nostra comunità», afferma il consigliere con delega all’ambiente e alle politiche giovanili Amedeo Rosignoli.
Il confronto tra passato e futuro, dunque, attraversa l’intera esposizione. Da una parte Pienza, città rinascimentale progettata da Pio II e oggi patrimonio mondiale; dall’altra materiali provenienti dalla società dei consumi, trasformati e restituiti allo sguardo attraverso l’arte.
«Ospitare la mostra Io Mi Rifiuto tra le mura del nostro centro storico, Patrimonio Mondiale dell’Umanità UNESCO, non è solo un onore, ma una scelta profondamente coerente», dichiara il sindaco Manolo Garosi. «Se nel Rinascimento Pienza ridefiniva il concetto di spazio urbano, oggi, attraverso lo sguardo degli artisti coinvolti in questo progetto, siamo chiamati a ridefinire il concetto di scarto».
Io mi rifiuto non propone quindi una soluzione univoca alle questioni ambientali e sociali che affronta. Piuttosto, chiede al visitatore di fermarsi e osservare ciò che normalmente tende a scomparire dalla vista: un materiale gettato via, un animale minacciato, una conseguenza del consumo, una scelta produttiva.
È proprio in questo spazio tra ciò che vediamo e ciò che preferiamo non vedere che la mostra costruisce il proprio percorso. A Pienza le opere di Malagigi trovano un nuovo contesto, ma le domande restano aperte: che cosa scegliamo di rifiutare, e che cosa invece continuiamo a lasciare dietro di noi?