L'antica tentazione di educare, proteggere e possedere le donne
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L'antica tentazione di educare, proteggere e possedere le donne

Per secoli gli uomini hanno preteso di educare, correggere e proteggere le donne. Dai manuali medievali alla cronaca di oggi, la vecchia idea della donna come eterna minorenne riaffiora nelle proposte di un ex generale tronfio della propria mascolinità, entrato in politica per portare avanti un programma di stampo fascista, nel quale deprimere il ruolo delle donne è una parola d’ordine.

L'antica tentazione di educare,  proteggere e possedere le donne
Dall'Album di Loredana Berté del 2021
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Gabriella Piccinni Modifica articolo

1 Settembre 2026 - 18.04


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Per secoli ci sono stati uomini che hanno preteso di educare, correggere e proteggere le donne, naturalmente decidendo prima come dovessero comportarsi. Dai manuali medievali alla cronaca di oggi, la vecchia idea della donna come eterna minorenne continua a riaffiorare.

Scorro le cronache di questi giorni e le trovo piene di indicazioni su come le donne dovrebbero vivere. A fornirle è prima di tutto un ex generale tronfio della propria mascolinità, entrato in politica per portare avanti un programma di stampo nettamente fascista, nel quale deprimere il ruolo delle donne sembra essere una parola d’ordine. Su altre pagine, consigli su tutto: rughe, capelli, abiti, orari e modi di muoversi nel mondo per avere successo o non correre pericoli. Un elenco infinito di precetti, peraltro anche abbastanza noiosi.

Tutto questo puzza di vecchio, vecchissimo. Almeno dal XIII secolo, una serie di teorici dei rapporti sociali getta le basi della pedagogia femminile, scrivendo opere didascaliche rivolte alle giovanette. Ci sono testi che insegnano come prepararsi a prendersi cura dei mariti, tracciando le linee guida per il tirocinio di una buona moglie. Le cose che una donna deve saper fare sono elencate in lunghi e pedanti mansionari.

Paolo di messer Pace da Certaldo, nel XIV secolo, ricorda che è opportuno insegnare alla figlia a «fare tutti i fatti de la masserizia di casa, cioè il pane, lavare il cappone, abburattare e cuocere e far bucato, e fare il letto, e filare…». L’elenco delle abilità è collocato dentro un sistema di regole che educano le ragazze ad accettare il proprio ruolo, con la minaccia delle punizioni o con l’ammaliante dolcezza di una seducente intimità. Il Ménagier de Paris, scritto da un anonimo borghese alla fine del Trecento, insegna l’arte del matrimonio alla moglie quindicenne: uno schema paternalistico del rapporto tra adulto e minore. Il testo elenca i compiti casalinghi, la cura delle proprietà, fino alle norme di sicurezza, come spegnere la candela «con il fiato o con le dita […] e non gettandole sopra la camicia”. L’uomo le parla con l’affetto dovuto a una bambina che deve crescere.

Nel Medioevo la debolezza delle donne è come quella dei fanciulli: una sorta di minorità, con una differenza fondamentale, però. Per le donne non passava con l’età, ma rimaneva per sempre. Il pater familias esercitava un potere effettivo sulle donne di casa, che ne faceva un governatore nei confronti della moglie (economia domestica), un re nei confronti dei figli e delle figlie (economia paterna), un tiranno nei confronti dei servi (economia dispotica). Questa supremazia includeva anche la facoltà di amministrare la giustizia su moglie, figli e domestici e di comminare castighi: un riconosciuto potere punitivo e correttivo era stabilito dalla legislazione e accettato nelle corti di giustizia. Quali erano le “buone cause” per usare la violenza? Disobbedienza, trascuratezza nei lavori domestici, dissolutezza nei comportamenti, linguaggio non adeguato.

Insomma le gerarchie fra coniuge maschio e coniuge femmina sono apparse per molto tempo scolpite nell’ordine del cosmo e metterle in discussione finiva per essere percepito come un’azione contro natura.

Ma dove si appoggiava tutta questa costruzione? La tradizione giurisprudenziale classica e altomedievale attribuiva una «naturale» mutevolezza alla donna, per cui la sua testimonianza diventava irricevibile: era considerata, si legge nelle fonti, incapace, inabile, a causa della debolezza connaturata al suo sesso. Perciò le donne potevano essere ascoltate soltanto per crimini pubblici gravissimi: lesa maestà, frode al fisco e all’annona, simonia, eresia, sacrilegio, alto tradimento.

Intendiamoci: anche in passato ci sono state voci di dissenso. Intorno al 1869 John Stuart Mill spronava a non sovrapporre natura e consuetudine: La frase “contro natura” vuol dire “contro il costume” e niente altro, e tutto quel che è abituale sembra naturale. La subordinazione della donna all’uomo è un costume universale, una deroga a questo costume appare dunque naturalmente contro natura […][ma] la disparità di diritti fra l’uomo e la donna non ha altra origine che la legge del più forte.

Cose da Medioevo, dunque? Mica tanto. Verso la fine dell’Ottocento si tornò di confermare l’inferiorità delle donne con dimostrazioni biologico-mediche. Paolo Mantegazza, Cesare Lombroso e Guglielmo Ferrero pubblicarono volumi per spiegare che la donna sarebbe stata sempre inferiore all’uomo perché intellettualmente più debole: la sua funzione naturale sarebbe stata quella riproduttiva, ed è proprio questa a spiegarne l’inferiorità. Ma se la donna è mutevole, leggera, fragile… è evidente che all’uomo spetta di proteggerla, educarla, punirla e, se necessario, anche usare la forza quando non obbedisce.

Ancora oggi la vetusta patria potestà appare oggi come un fossile culturale, ma ancora resiste, come si vede. Dopo l’entrata in vigore della Costituzione, nel 1948, con l’articolo 29 sull’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi, solo nel 1956 la Cassazione stabilì che al marito non spettava più lo jus corrigendi previsto dall’articolo 571 del codice penale: l’antico potere correttivo che comprendeva anche l’uso della forza. E anche se un certo modo di intendere la violenza coniugale è formalmente tramontato, eppure nel 2009 la Cassazione, con la sentenza n. 32843, si è trovata a giudicare un caso di maltrattamenti nel quale il marito si giustificava sostenendo di aver picchiato la moglie per educarla a diventare una brava donna di casa. L’argomentazione, sostenuta nei primi gradi di giudizio, fu infine respinta dalla Cassazione, che escluse qualsiasi rilievo al “fine educativo” nel rapporto fra marito e moglie.

Il generale tenga conto, perciò, che gli uomini che lui vorrebbe protettori delle fragili donne si troverebbero a difenderle da altri uomini: cioè da tutti quelli prepotenti o maneschi. Quando qualcuno pretende di educare una donna e di proteggerla, il confine con il volerla possedere può diventare molto più sottile di quanto si ammetta.

Francamente ci pare più sicuro affidarsi alla protezione della Costituzione italiana.

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