Un Giro costruito bene e vinto dal più forte
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Un Giro costruito bene e vinto dal più forte

Jonas Vingegaard domina la Corsa Rosa grazie alle sue qualità e a una squadra impeccabile. Per l'Italia arrivano segnali piccoli ma incoraggianti.

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RedazioneOLTREilponte Modifica articolo

9 Giugno 2026 - 09.47


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di Pippo Lambardi

Il Giro d’Italia 2026 si è concluso con un vincitore annunciato, ma tutt’altro che scontato come il grande ciclismo insegna, e, a una settimana dal termine, è doveroso fare piccoli bilanci. 
Jonas Vingegaard era il grande favorito della vigilia e alla fine ha rispettato il pronostico, dominando la corsa senza mai dare la sensazione di essere realmente in difficoltà. Eppure sarebbe riduttivo liquidare questa edizione come un Giro senza storia. Al contrario, la Corsa Rosa ha saputo costruire interesse e spettacolo praticamente dall’inizio alla fine.

Il merito va innanzitutto agli organizzatori, che hanno disegnato un percorso intelligente. Niente attesa passiva dell’ultima settimana, ma difficoltà distribuite lungo tutto l’arco della corsa. Già il primo arrivo in salita al Blockhaus ha fornito le prime indicazioni importanti, mentre la tappa del Corno alle Scale ha iniziato a sgranare il gruppo dei pretendenti alla maglia rosa. La cronometro Viareggio-Massa ha poi aggiunto un elemento tecnico fondamentale, evitando che tutto si riducesse alla sola montagna. Infine, le grandi tappe alpine di Pila, Carì e soprattutto il tappone dolomitico verso Alleghe hanno completato un percorso capace di offrire occasioni a scalatori, attaccanti e specialisti delle prove contro il tempo. 

Un Giro costruito bene, insomma, che ha premiato il corridore più completo senza mai risultare monotono.

In questo contesto Vingegaard ha mostrato tutte le qualità che lo hanno reso uno dei grandi protagonisti del ciclismo contemporaneo. Non è un corridore spettacolare nel senso tradizionale del termine: raramente regala numeri da funambolo o attacchi disperati. La sua forza sta nella capacità di controllare la corsa, scegliere il momento giusto e colpire quando gli altri iniziano a perdere lucidità. Quando la strada saliva davvero, il danese dava l’impressione di avere sempre una marcia in più. Le cinque vittorie di tappa raccontano meglio di qualsiasi statistica la sua superiorità.

Accanto a lui ha funzionato alla perfezione anche la Visma-Lease a Bike. Nel ciclismo moderno le grandi corse non si vincono da soli e la squadra olandese ha offerto una dimostrazione quasi accademica di organizzazione, gestione delle energie e protezione del proprio leader. Quando serviva controllare, controllava. Quando serviva accelerare, accelerava. Senza fronzoli e senza sprechi.

Per noi appassionati italiani il bicchiere è mezzo pieno. È vero, manca ancora il corridore in grado di lottare concretamente per la vittoria finale di un Grande Giro, ma qualcosa si muove. Davide Piganzoli (ottavo in classifica generale) ha confermato di possedere qualità importanti e diversi giovani hanno lasciato intravedere prospettive interessanti. Pippo Ganna ha stravinto la crono a quasi 55 di media. Giulio Ciccone ha chiuso con una meritatissima maglia azzurra da miglior scalatore.

La nota più amara riguarda Giulio Pellizzari. Dopo le ottime prestazioni che avevano acceso l’entusiasmo nei mesi precedenti, molti si aspettavano il Giro della consacrazione. Invece sono arrivate difficoltà fisiche, una condizione non brillante e una classifica finale lontana dalle aspettative. Delusione? Sì, inevitabilmente. Bocciatura? Assolutamente no. A ventidue anni una corsa storta non cancella il talento mostrato finora. Anzi, spesso nel ciclismo le giornate peggiori diventano le più formative. Pellizzari resta uno dei prospetti più interessanti del movimento italiano e sarebbe sorprendente se il suo futuro fosse definito da questo Giro e non da quelli che verranno.

Alla fine, il Giro 2026 lascia soprattutto questa impressione: il ciclismo continua ad avere bisogno dei campioni, ma non vive soltanto di loro. Vingegaard ha vinto da fuoriclasse, gli italiani hanno mostrato segnali incoraggianti e il percorso ha tenuto viva la corsa per tre settimane. In un’epoca in cui l’attenzione del pubblico è sempre più difficile da conquistare, non è affatto poco.

Vingegaard, con questo trionfo, si è aggiudicato tutte e tre le manifestazioni da “tre settimane” più prestigiose (Tour, Giro e Vuelta).

Sarà quindi la volta buona di godersi Pogacar pure in terra ispanica? Chissà, intanto a luglio ci godremo un grande Tour.

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