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Troppi "tormentoni” nei media italiani

Il caso Garlasco ormai è diventato il nostro pane quotidiano. La passione del giornalismo per la nera e per il colore. Ma c’è un mondo, quello vero, che pochi giornali raccontano.

Troppi "tormentoni” nei media italiani
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Maurizio Boldrini Modifica articolo

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Non ne posso più. Appena sento la parola Garlasco mi giro dall’altra parte, cambio canale, scorro il più velocemente possibile la pagina del giornale. Non ne posso più. C’è una terribile guerra in corso, c’è la fame e il lutto a Gaza, c’è una suora che viene presa a calci da un colono israeliano, c’è la vita che ogni giorno si fa più dura per milioni d’italiani. Cioè: c’è il mondo, quello vero, con la sua vita complicata, con i suoi tormenti. 

Ma gran parte della stampa italiana e dei media tradizionali (un discorso a parte andrebbe fatto sui social) preferisce cimentarsi sui “tormentoni”. Tutti i media, con rare eccezioni, hanno issato la bandiera della cronaca nera e giudiziaria. Fa più audience della guerra. Ormai tira più delle insistite e strampalate dichiarazioni del Re delle Americhe. Provate a scorrere l’home page dei giornali autorevoli. Un giorno qualunque. Per esempio: provate a scorrere le notizie de La Repubblica e de il Corriere della Sera, i due principali giornali italiani, e avrete una rassegna niente male di fatti di nera e giudiziaria.

Non bisogna essere studiosi di giornalismo per sapere che da sempre la cronaca nera è la “passionaccia” dei giornalisti. Lo è stata in ogni stagione politica: Prima, Seconda e Terza Repubblica. Alcune vicende vanno di pari passo con la storia patria: dal delitto del Circeo al Mostro di Firenze; dal delitto di via Poma all’omicidio di Elisa Claps. Ma è con il “caso Cogne” che i media assumono un ruolo sempre più rilevante, diventano puro spettacolo mediatico con le televisioni che imperversano. Poi Perugia, Avetrana e, oggi, Garlasco. Lo spettacolo del dolore. Ma ora si sta esagerando. Si dice che in genere i giornalisti scrivono e raccontano ciò che la gente vuole leggere o sentirsi dire. Ma è vero anche il contrario. 

Le persone tendono ad includere o escludere dalla loro conoscenza ciò di cui i media parlano o non parlano. Se non si parla delle decine e decine di guerre nel mondo, le persone non ne parleranno. Se si parla e si titola sempre sull’immigrazione ne parleranno. Semplice: “tacere” nel giornalismo e nella scena pubblica conta quanto o forse più del “dire”. Lo sanno bene i propagandisti di ieri e di oggi. Ma c’è una piccola differenza: una cosa è fare propaganda, altra cosa è fare giornalismo. O no?  

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