Meno vetrina, più città

Gli oliveti curati dai contradaioli, le orecchiette di Bari, i negozi comunali di New York: che cosa deve fare e che cosa deve smettere di fare un Comune per sostenere la vita di una città. Perché una città vive soprattutto di ciò che non si traduce in offerta turistica.

Meno vetrina, più città
L'olivo addossato alle mura, nel Buon Governo di Ambrogio Lorenzetti, 1338
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RedazioneOLTREilponte Modifica articolo

5 Novembre 2026 - 14.50


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di Simone Marrucci

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Da venerdì 30 ottobre a domenica primo novembre, la Giraffa ha chiamato i contradaioli a raccogliere le olive in Vigna. L’annuncio finiva così: «Le piante sembrano ricche di olive, quindi Vi invitiamo ad intervenire numerosi». È la notizia più piccola della settimana, ma forse la più seria: dice dove stanno davvero le Contrade nella quotidianità, a fare cose che nessuno pagherebbe. Non è l’unico caso: altre Contrade hanno un oliveto nei pressi delle mura. Una comunicazione dettata dal mercato turistico non se ne accorge, perché considera solo ciò che si può tradurre in prodotto. Eppure, una città vive soprattutto di ciò che non si traduce in offerta turistica.

Altrove, invece, l’industria della nostalgia organizza palii e giostre per attirare visitatori. Non conta, però, quale iniziativa abbia più secoli, ma chi ne decide il senso e a chi è rivolta: nelle Contrade nasce da chi la vive; altrove viene spesso allestita per chi la guarda. A Bari, per esempio, le signore delle orecchiette dell’Arco Basso lavoravano davanti a casa, la domenica, per i baresi, molto prima del boom turistico. Oggi lavorano ogni giorno e i clienti sono per lo più turisti, alcuni dei quali, racconta una di loro, vogliono soltanto «assistere stupiti e meravigliati a questo show culinario». Il gesto è identico: è cambiato chi guarda. Quando il turismo diventa il mercato principale, non si limita a osservare la vita locale: comincia a scegliere che cosa conviene mantenere, che cosa va esibito e che cosa può sparire.

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A Siena, l’effetto collaterale del turismo non può essere la «mercificazione» delle Contrade né l’invenzione di una festa, ma lo svuotamento dei rioni: dentro le mura abita ormai meno di un senese su cinque. Le Contrade fanno la loro parte, con iniziative per riportare residenti, ma da sole non bastano, perché vivere in città costa sempre di più.

Intanto la città si specializza pericolosamente nella vetrina: il panforte brilla per i turisti, mentre per i senesi è sempre più difficile portare a casa, con la spesa di ogni giorno, l’olio della propria terra, e lo stesso vale per la cinta senese, la chianina o l’aglione. La grande distribuzione punta sul prodotto più economico, a prescindere da dove venga: sugli scaffali resta poca produzione locale e di qualità non sempre alta. Se ne accorgono tanto i cittadini quanto i turisti. Così un oliveto diventa una spesa insostenibile e, non trovando sbocchi commerciali, viene lasciato andare.

Si vende il paesaggio, mentre si indebolisce l’economia che lo mantiene. È il contrario del citatissimo manifesto politico che Ambrogio Lorenzetti dipinse nel Palazzo Pubblico (Allegoria ed Effetti del Buono e del Cattivo Governo): una città prospera perché la campagna intorno è coltivata, e una campagna è coltivata perché la città se ne prende cura. Di quella visione non è rimasto soltanto un dipinto. Gli oliveti delle Contrade ne sono la traccia più concreta: accanto alle mura, Lorenzetti dipinse un olivo che, dopo settecento anni, c’è ancora. Tuttavia, il mercato non sa che farsene di una storia così: gli servono prodotti semplici, catalogabili, ripetibili. Ed ecco che l’affresco rientra nel turismo culturale, la passeggiata tra gli oliveti trekking urbano, l’olio in enogastronomia e oleoturismo.

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Quando, però, l’associazione Le Mura di Siena e quella nazionale delle Città dell’Olio proposero una visita tra gli olivi lungo le mura, con pranzo e degustazione guidata in una Contrada, le adesioni furono centinaia in poche ore, soprattutto di senesi. Era una visita che teneva insieme ciò che il mercato separa: gli olivi, l’arte, la natura, la storia, la Contrada, la tavola. Il Comune, che aveva promosso quel progetto, dovrebbe riprenderlo, a patto che continui a nascere dalla cura degli alberi e dal lavoro condiviso, non dalla domanda turistica.

Resta da capire come far arrivare l’olio locale sulle tavole di chi vive nella zona di produzione, e come sostenere una comunità. Il sindaco di New York, Zohran Mamdani, ha annunciato cinque negozi alimentari comunali, uno per borough, con prezzi inferiori del trenta per cento a quelli di mercato su un paniere di prodotti freschi e di dispensa. La città fissa missione e standard e affida la gestione, con un bando, a un operatore privato. Il programma andrà giudicato sui risultati, ma il principio è chiaro: l’accesso al cibo è una responsabilità pubblica. A Siena non serve una replica, ma lo stesso criterio: mense che comprino l’olio e i prodotti dei piccoli produttori del territorio, sostegno alle botteghe di vicinato, case accessibili per chi vuole vivere nei rioni. Tra l’altro obiettivi che la Regione Toscana, in gran parte, prevede e finanzia.

Le Contrade restano un’eccezione: per loro natura non saranno mai un’attrattiva da offrire al turismo. Mostrano, in compenso, che una parte decisiva della ricchezza di una città nasce da rapporti che il mercato non sa remunerare e che, se lasciato a sé stesso, può erodere. Il Comune di Siena dovrebbe ricavarne un criterio: investire risorse affinché uno stile di vita continui, anche dove non produce un’immagine da vendere. Meno vetrina, più città. Chi verrà a Siena troverà, come conseguenza e non come scenografia, una città che ha ancora ragioni proprie per esistere. E magari un invito simile a quello della Giraffa, rivolto ai contradaioli, potrà estendersi a qualche ospite rispettoso e curioso, se e quando le Contrade vorranno, e non perché sia un’esigenza di marketing.

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