Meloni e l’incoerenza: l’indipendenza del giudice vale solo quando conviene

Dalla retorica sul «giudice terzo» agli attacchi alle sentenze sgradite: la vicenda del caso Siher mette a nudo tutte le contraddizioni del Governo nei confronti della magistratura. Nasce a Siena la Camera forense per la Costituzione, in continuità con l’esperienza del Comitato degli avvocati per il No al referendum. L'intervento del coordinatore.

Meloni e l’incoerenza: l’indipendenza del giudice vale solo quando conviene
Preroll AMP

RedazioneOLTREilponte Modifica articolo

30 Ottobre 2026 - 14.55


ATF AMP

di Piero Dinoi*

Top Right AMP

E dopo sette mesi, ci risiamo! Ricordate? Eravamo a febbraio-marzo, nel pieno della campagna referendaria sulla riforma costituzionale della magistratura, quando la presidente del consiglio, novella Amintore Fanfani (referendum sul divorzio del 1974: se vinceranno i No i vostri mariti vi lasceranno per scappare con la cameriera), preconizzava che con la vittoria del No (anche questa volta!), sarebbero stati scarcerati pedofili, stupratori e simili.

Dove stesse la logica di una tale affermazione, dal momento che si trattava di decidere se mantenere la carriera unica tra giudici e pubblici ministeri, e non già di abolire determinati reati, non era dato comprendere, né ci veniva data la grazia di spiegarcelo. E tuttavia lo schema entro il quale si inscriveva un tale ragionamento era il seguente: pubblici ministeri e giudici si fiancheggiano tra di loro, i secondi fanno quello che chiedono i primi, e quindi…. Boh! Le conclusioni che ne traeva la Presidente del Consiglio pareva essere francamente un po’ fuori bersaglio.

Dynamic 1 AMP

Il teorema, tuttavia, era chiaro: bisogna separare le carriere dei pubblici ministeri da quella dei giudici per avere un giudice terzo, un giudice finalmente indipendente!

Le cose andarono come sappiamo, la maggioranza degli italiani ritenne che il ragionamento proposto fosse fallace e che il vero obiettivo fosse l’assoggettamento della magistratura al potere esecutivo. Sono passati circa sette mesi, ed eccoci ritornati al punto di partenza, ma con una novità di non poco conto.

La vicenda è quella nota alla cronaca di questi giorni. Un ricercatore universitario milanese, Youssef Siher, che ha il grave torto di essere cittadino italiano soltanto di seconda generazione (ma questa è una valutazione del sottoscritto) viene fermato dalla Polizia di stato con accuse gravi attinenti al sovvertimento dell’ordine pubblico e all’istigazione a commettere reati. Il pubblico ministero chiede al giudice delle indagini preliminari la convalida del fermo e l’applicazione della misura cautelare della custodia in carcere.

Dynamic 1 AMP

Il giudice delle indagini preliminari, il famoso giudice terzo invocato dalla Presidente del Consiglio, con un’ordinanza di ben trentasette pagine di motivazione respinge la richiesta e dispone la scarcerazione dell’indagato, ritenendo l’insussistenza dei gravi indizi di colpevolezza sui fatti contestati e l’assenza di pericolo di fuga.

Data la perentorietà degli argomenti usati dalla g.i.p., che demoliscono, almeno in questa fase delle indagini, le tesi accusatorie, rifuggo dalla tentazione di pensare che in una parte della magistratura inquirente cominci a fare breccia una certa condiscendenza con il potere esecutivo, ma mi concentro su altri aspetti, ben più importanti della vicenda, e in particolare sulla reazione della Presidente del Consiglio.

Coerenza avrebbe voluto che la stessa, non dico che applaudisse, ma che quantomeno osservasse un rigoroso silenzio, trattandosi dell’esercizio del potere giurisdizionale che nulla ha a che vedere con quello esecutivo. E invece, apriti cielo: a dire della Presidente del Consiglio quella della giudice di Milano è una decisione vergognosa, una mortificazione insopportabile del lavoro delle forze dell’ordine, degli inquirenti e del ministero dell’interno, aggiungendo il dubbio che uno stato normale possa difendere le persone perbene di fronte a decisioni di certa magistratura.

Dynamic 1 AMP

Un attacco a tutto tondo allo stato di diritto, al principio della separazione dei poteri, all’autonomia della magistratura, quindi.

Un deja vu, da quelle parti, peraltro, ma rivelatore dell’ipocrisia di tanti, e tra essi, in primis, della Presidente del Consiglio, che contrabbandavano la riforma costituzionale sulla separazione delle carriere dei magistrati per una riforma liberale, diretta a garantire l’autonomia del giudice rispetto al pubblico ministero tiranno. E invece, alla prova dei fatti, quando per l’ennesima volta si dimostra che il giudice è già indipendente dal pubblico ministero secondo l’attuale, e per fortuna preservato, assetto costituzionale, l’ipocrisia viene disvelata: ciò che in effetti interessa alla Presidente del Consiglio, e alla destra nel suo insieme, non è già l’indipendenza della magistratura, ma esattamente il suo opposto, e cioè il suo assoggettamento al potere politico.

Nell’esternazione della Presidente del Consiglio il passaggio, tra gli altri, che a me pare il più inquietante è quello in cui afferma che la giudice milanese, con la sua decisione, avrebbe mortificato il lavoro delle forze dell’ordine, degli inquirenti e del ministero dell’interno. Siamo ben oltre, a ben vedere, la questione della separazione delle carriere; siamo alla tensione verso lo stato totalitario, nel quale, in una sorta di cinghia di trasmissione perversa, il giudice dovrebbe essere l’anello finale, meramente esecutivo, di input accusatori che partono dalle forze dell’ordine, dagli inquirenti e dal ministero dell’interno.

Dynamic 1 AMP

Come Camera forense per la Costituzione, un’associazione sorta in continuità ideale con l’esperienza del Comitato degli avvocati per il No al referendum dello scorso mese di marzo, avvertiamo l’obbligo di denunciare il rischio di deriva antidemocratica verso cui l’attuale classe dirigente al governo rischia di indirizzare il nostro Paese. Si pretende, da parte delle attuali forze al governo del Paese, che la legge non sia uguale per tutti, che un’ipotesi di reato, una semplice apertura di un’indagine penale valga come una sentenza definitiva di condanna, ovviamente non per tutti, ma solo per coloro che non appartengano alla loro cerchia. Per loro, invece, e per i loro simili, la presunzione di innocenza vale fino alla sentenza definitiva di condanna, e anche oltre, come le cronache recenti ci insegnano.

* Coordinatore per Siena della Camera forense per la Costituzione 

Dynamic 1 AMP
Facebook Comments Box

Autore

FloorAD AMP
Exit mobile version