Un centinaio di persone, non di più, la mattina del 29 ottobre 2026 (data con molta probabilità destinata a diventare storica) in viale Mazzini, di fronte all’ auditorium del Monte dei Paschi di Siena. Dove i grandi azionisti stavano decretando la fine di una banca fondata nel marzo del 1472. In obbedienza, ovviamente ben remunerata, al diktat del compratore, Intesa-S. Paolo in accordo con Unipol-Bper. E con il beneplacito del governo. Il quale, non si può non ricordarlo, dopo le dichiarazioni della Presidente del Consiglio contrarie alla dissoluzione dell’antica banca senese, si è trincerato dietro l’aureo principio liberista del rispetto delle dinamiche di mercato.
Certo, in viale Mazzini c’erano le istituzioni, dalla Sindaco Fabio alla Presidente della Provincia Carletti, unite, nella diversità di appartenenza politica, da una ferma e dignitosa volontà di tutela della storia e degli interessi di Siena e del territorio. Ma a colpire è stato l’esiguo numero dei cittadini che le hanno accompagnate, nonostante che il presidio fosse stato promosso da tutti i sindacati.
Per fare un confronto, nel recente passato molto più affollate sono state le manifestazioni contro la chiusura della Beko. E con tutto il rispetto che merita la lotta (tutt’altro che conclusa) per il posto di lavoro degli ex operai della fabbrica di viale Toselli, il confronto fra la portata economica e sociale dei due eventi appare non proprio alla pari.
Si è forse pensato che, cento o mille al presidio, nulla sarebbe cambiato? Che ormai l’unica via percorribile è chiedere alcuni benefit territoriali ai vincitori, aspettando di sapere se sarà più utile parlare con Intesa-S. Paolo o con Unipol-Bper? Oppure siamo di fronte ad una città che vive ormai fra abulia e rassegnazione? Cosa che sarebbe ancor più preoccupante.
Dalla giornata è emerso l’amministratore delegato del Monte, Luigi Lovaglio. “Bisogna attendere il procedimento Antitrust – ha dichiarato – e solo allora si conoscerà il perimetro effettivo dell’operazione. Finché non ci sono le condizioni, la partita non è finita. Il voto di oggi è solo un passaggio”.
Mi è sembrato Biagio di Monluc nel marzo del 1555. Mentre molti senesi, stremati e delusi per il mancato aiuto del papato in cui avevano sperato, erano propensi, in cambio di qualche garanzia, ad arrendersi agli assedianti spagnoli e fiorentini, Monluc sostenne che non avrebbe abbandonato la difesa delle mura che gli erano state affidate.
Com’è noto andò a finire male. Ma Siena qualche benefit l’ottenne. E per lo meno non venne messa a sacco.
