Mps, bocciato il piano di Lovaglio: no a Mediobanca, Banco Bpm e Banca Generali. Siena teme per il futuro della banca

Oltre il 90% di voti contrari nelle due operazioni importanti dopo il no alla fusione con Mediobanca. Tre stop al piano di Lovaglio che aprono una nuova fase nella partita con Intesa Sanpaolo. A Siena, sindacati e lavoratori chiedono garanzie su occupazione, funzioni direzionali e futuro della banca sul territorio.

Mps, bocciato il piano di Lovaglio: no a Mediobanca, Banco Bpm e Banca Generali. Siena teme per il futuro della banca
La segretaria Cgil Alice DìErcole parla in assemblea Mps
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Marcello Cecconi Modifica articolo

29 Ottobre 2026 - 14.35


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L’assemblea degli azionisti del Monte dei Paschi di Siena ha respinto le offerte pubbliche di scambio su Banco Bpm e Banca Generali, dopo aver già bocciato in mattinata la fusione per incorporazione di Mediobanca. Tre voti contrari ai principali tasselli del piano dell’amministratore delegato, pensato per rafforzare il gruppo e contrastare l’offerta pubblica di acquisto e scambio (Opas) lanciata da Intesa Sanpaolo. Si apre così una nuova fase nella partita per il futuro del Monte, mentre a Siena restano forti le preoccupazioni per le conseguenze sul territorio.

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Il primo stop alle due Ops è arrivato sull’operazione Banco Bpm, respinta dal 91,1% del capitale presente in assemblea. I favorevoli si sono fermati al 6,47%, mentre gli astenuti sono stati il 2,41%. Al momento del voto era rappresentato il 65,85% del capitale sociale. Esito analogo per l’offerta su Banca Generali, bocciata con il 90,9% di voti contrari: i favorevoli sono stati il 6,66% e gli astenuti il 2,41%.

Le due operazioni erano parte centrale della strategia di Lovaglio, che puntava ad ampliare le dimensioni del Monte e a rafforzarne le attività, costruendo un’alternativa industriale all’offerta di Intesa Sanpaolo. Il doppio no, con oltre il 90% di voti contrari in entrambi i casi, chiude questa strada e ridimensiona il progetto dell’amministratore delegato.

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La lunga giornata in Viale Mazzini era iniziata stamani, con dieci punti all’ordine del giorno, cinque di parte ordinaria e cinque di parte straordinaria. L’assemblea degli azionisti del Monte dei Paschi di Siena, chiamata a decidere sul futuro del gruppo, si è aperta in un clima di forte attenzione per le ricadute delle operazioni societarie sul territorio. E fuori dalla sede di viale Mazzini, a Siena, un centinaio di persone ha partecipato al presidio promosso da Cgil, Cisl e Uil, con la richiesta di tutelare occupazione, funzioni direzionali e radicamento della banca.

Il primo passaggio significativo è arrivato nella parte ordinaria: i soci hanno bocciato l’autorizzazione all’acquisto di azioni proprie destinata ai programmi di assegnazione di titoli al personale. Oltre il 50% del capitale presente ha votato contro. Il presidente Cesare Bisoni ha ricordato che l’operazione non aveva ancora ottenuto il via libera della Banca centrale europea.

La prima decisione importante è arrivata prima di pranzo con la bocciatura della fusione con Mediobanca. La proposta ha raccolto il voto contrario del 63,65% del capitale presente, mentre i favorevoli sono stati il 32,91% e gli astenuti il 3,42%. Per l’approvazione era necessaria una maggioranza dei due terzi. Di conseguenza, cadeva anche il punto successivo relativo alle scissioni collegate alla fusione. La discussione degli altri punti è stata rinviata in attesa di capire se l’assemblea intendesse procedere alla riduzione del capitale sociale.

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Prima del voto su Mediobanca, l’amministratore delegato Luigi Lovaglio aveva difeso il progetto, definendolo il completamento di un percorso sostenuto in precedenza dagli azionisti di Mps e da un’ampia adesione dei soci di Mediobanca. Aveva inoltre rivendicato il miglioramento delle sinergie industriali attese, salite da 700 a 800 milioni di euro, e spiegato che l’obiettivo era allineare la struttura societaria al modello operativo già avviato. Lovaglio si è detto sorpreso dal cambio di posizione di Intesa Sanpaolo, che ha successivamente invitato i soci a respingere la fusione.

Fuori dall’assemblea, i sindacati hanno richiamato l’attenzione sulle conseguenze occupazionali di una possibile riorganizzazione. Alice D’Ercole, segretaria generale della Cgil di Siena, ha ricordato i 2.200 dipendenti diretti sul territorio e oltre mille lavoratori dell’indotto, paventando rischi per l’occupazione e per le opportunità future. Ha inoltre citato una stima della Camera di Commercio secondo cui il territorio potrebbe perdere fino a dieci punti di Pil. La richiesta è mantenere un modello di credito vicino all’economia reale, capace di garantire servizi anche nei piccoli centri.

La Cisl, con Riccardo Pucci, ha rivendicato il contributo dei lavoratori al risanamento della banca; la Uil, con Massimo Martini, ha insistito sul legame storico tra Mps, Siena, i correntisti e le comunità locali.

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Sul fronte istituzionale, ha fatto discutere l’assenza del presidente della Fondazione Mps, Riccardo Coppini, rappresentata in assemblea dal provveditore Marco Forte. L’assenza si inserisce nelle divergenze emerse sulla strategia da seguire per il futuro del Monte.

Il voto segna una svolta nella strategia del Monte e apre una nuova fase per il gruppo. L’Opas di Intesa Sanpaolo resta al centro della partita, ma il percorso non è ancora concluso: come ha osservato Lovaglio, restano da conoscere le condizioni definitive dell’operazione e gli sviluppi dell’iter antitrust. Per Siena, intanto, la priorità è che il riassetto finanziario non comporti un ridimensionamento del ruolo economico e sociale della banca sul territorio.

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