Giornata mondiale della menopausa: a quando quella dell’andropausa?

Mentre la menopausa continua ad essere considerata spesso un periodo di perdita e di malattia che fa”sparire” le donne nella nostra società all’uomo anziano si riconoscono ancora autorevolezza e fascino. Un doppio standard su cui riflettere anche a Siena, dove le persone ultracinquantenni sono quasi metà della popolazione, in maggioranza donne

Giornata mondiale della menopausa: a quando quella dell’andropausa?
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19 Ottobre 2026 - 13.31


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di Serenella Civitelli

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Il 18 ottobre si celebra la Giornata mondiale della menopausa, ancora un tabù non solo per gli eventuali disturbi ma per il confine simbolico che sembra far perdere valore alle donne.

La medicina ha contribuito a questa interpretazione. 

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Nel 1821 il medico francese de Gardanne coniò il termine “menopausa” nel libro “Della menopausa o dell’età critica delle donne”. 

La fine della capacità riproduttiva è un evento fisiologico. Assimilarla alla perdita della femminilità è invece una costruzione socio-culturale, come emerge da studi che rilevano come, in molte culture, la fine delle mestruazioni sia sinonimo di liberazione o di aumento del potere sociale delle donne. Nel mondo occidentale, dove si tende a considerarla una malattia, l’esperienza individuale sembra influenzata da condizioni collettive come reddito, disabilità, origine, orientamento sessuale, reti di sostegno e accesso ai servizi.

La medicina ha fornito l’interpretazione “ormonale” della vita femminile che, ruotando intorno alla fertilità, e alla sua perdita, ha fatto trascurare la donna intera.

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Nel 1966 il ginecologo Robert A. Wilson pubblicò Feminine Forever, descrivendo la menopausa come una patologia debilitante che portava alla perdita della femminilità. Proponeva, quindi, l’uso di ormoni a vita per far sì che le donne rimanessero “attraenti e femminili per sempre”. Il libro ebbe un enorme successo, grazie anche ai finanziamenti delle industrie farmaceutiche, e la terapia ormonale cominciò ad essere prescritta indiscriminatamente. Queste teorie furono poi criticate per la mancanza di studi rigorosi che, svolti successivamente, le smentirono dimostrando che certe terapie ormonali aumentavano il rischio di tumori al seno e di ictus. Molti di questi studi furono condotti sulla scia dei movimenti femministi che, negli anni 70, misero in discussione il potere medico di stampo patriarcale. Celebre il libro “Noi e il nostro corpo” del Boston Women’s Health Book Collective.

La Women’s Health Initiative, nel 1991, lanciata da Bernadine Healy, focalizzò proprio sulla salute in menopausa ed a questa esperienza si fa risalire la nascita della “medicina di genere”.

L’invecchiamento maschile non ha un termine medico che lo definisca. Un uomo può avere 50,60 o 70 anni. Una donna è “in menopausa”. Considerato che l’ultima mestruazione si verifica intorno ai 52 anni e che l’età mediana alla morte delle donne italiane è di 86,3 anni, oltre 30 anni di vitavengono cristallizzati in “una fase” che, in realtà, ha molte sfaccettature.

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Anche la narrazione delle malattie presenta questa asimmetria: nell’uomo aumentano con l’età, nella donna “dopo la menopausa”.

Già nel 2008 il Ministero della salute avvertiva che i pregiudizi di genere che considerano la causa della malattia basata quasi esclusivamente sulla variabilità ormonale, ritardano la ricerca farmacologica e dei fattori di rischio socio-ambientali. I pregiudizi inficiano anche la valutazione dei sintomi. Stanchezza, palpitazioni, disturbi intestinali indotti da anemia, cardiopatie, malattie tiroidee o intestinali possono non essere adeguatamente inquadrati se attribuiti alla menopausa.Anche se non solo per questo, nelle donne si riscontrano ritardi diagnostici significativi, tra l’altro, per infarto, tumori del colon e della vescica. 

Spesso si ritiene che l’assetto ormonale maschile sia stabile e che quello femminile abbia un brusco esaurimento. In realtà, negli uomini il testosterone tende a diminuire già dai 30-40 anni e difficoltà nell’erezione, senza dipendere soltanto dagli ormoni, diventano significative a 50-60 anni. Nelle donne la menopausa è preceduta da una transizione che può durare anni e con la fine dell’ovulazione la produzione ormonale si modifica, ma non si azzera.

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E allora, se oggi celebriamo la giornata della menopausa, a quando quella dell’andropausa?

In realtà, “andropausa” non è una denominazione ufficiale perché la funzione riproduttiva dell’uomo, teoricamente, si mantiene tutta la vita e la terminologia per descrivere sintomi e carenze dell’invecchiamento è varia: ipogonadismo tardivo, deficit di testosterone, disfunzione erettile…

La menopausa può invece diventare un’etichetta per svalutare una donna. Si parla anche di”sindrome del Vetril” per descrivere la sensazione di “invisibilità sociale” che molte sperimentano dopo i 50-55 anni.

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Il Geena Davis Institute riporta che gli uomini sono quasi l’80% dei personaggi ultracinquantenni di cinema e TV. In alcuni Paesi le cose stanno cambiando ma anche in Italia la questione non è solo di presenza/assenza ma di come una donna matura, per avere visibilità, debba nascondere di essere invecchiata, anche ricorrendo alla chirurgia.

Il diritto alla sessualità e alla genitorialità rivelano la stessa discrepanza. Il Viagra è normalizzato mentre l’OMS informa che dolore e secchezza vaginale restano spesso senza trattamento. Le paternità di Mick Jagger a 73 anni e di Al Pacino a 83 sono presentate come segni di vitalità mentre le maternità vengono spesso criticate già verso i 40 anni.

Negare desideri e aspirazioni delle donne mature aumenta la loro disponibilità verso i familiari e favorisce un’organizzazione sociale che conta sul lavoro femminile gratuito, mentre il mercato le riconosce blandendole come consumatrici e promettendo loro l’eterna giovinezza. 

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Ma anche le donne hanno il diritto di invecchiare, e di farlo alle loro condizioni. 

La Giornata mondiale 2026 richiama la necessità di prendere sul serio la loro sofferenza ma non obbliga a medicalizzarne l’intera vita dopo la menopausa. La prospettiva femminista mira a fornire conoscenza e consapevolezza, cure appropriate e trasformazione delle condizioni socio-culturali. Non impone alla donna di essere fragile ma neanche eternamente giovane, non la vuole paziente permanente né instancabile protagonista di una rinascita. Vuole che sia, finalmente, una persona intera, libera e consapevole a tutte le età.

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