di Serenella Civitelli
L’Ada Lovelace Day, celebrato ogni anno il secondo martedì di ottobre, riconosce il contributo delle donne alle discipline STEM (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica) e invita a mettere in discussione una narrazione nella quale lo scienziato sembra essere, per definizione, un uomo.
Ada Lovelace, considerata la prima programmatrice della storia, nel 1843 arricchì con note originali la traduzione di un lavoro sulla macchina analitica di Charles Babbage, intuendo che avrebbe potuto elaborare non soltanto numeri, ma anche simboli e musica. Ricordata spesso come la «figlia di Lord Byron», che lasciò la famiglia quando lei aveva pochi mesi, Ada era figlia anche di Anne Isabella Milbanke, donna colta e appassionata di matematica, che si occupò della sua educazione e la avvicinò alla conoscenza scientifica.
Entrambe poterono coltivare i propri interessi grazie a una combinazione di circostanze familiari favorevoli e determinazione personale. Anche nella loro epoca, infatti, l’istruzione e le istituzioni del sapere erano in larga parte precluse alle donne.
Purtroppo, la narrazione patriarcale ha spesso trasformato l’esclusione delle donne dai luoghi del sapere in una presunta assenza di capacità e di contributi scientifici, nonostante le numerose testimonianze storiche.
Da Teano a Ipazia, matematiche e filosofe dell’antichità, a Laura Bassi, che ottenne una cattedra universitaria a Bologna nel 1732, la presenza delle donne attraversa epoche e discipline. Émilie du Châtelet tradusse e commentò i Principia di Newton, ma spesso viene ricordata come «l’amante di Voltaire», che, del resto, ne riconobbe l’ingegno. Nel Novecento Emmy Noether contribuì a gettare le fondamenta della fisica moderna, come riconobbe Albert Einstein. Marie Curie fu la prima donna a vincere due premi Nobel, in due discipline diverse: fisica nel 1903 e chimica nel 1911.
Hedy Lamarr, attrice nota anche per una delle prime scene di nudo integrale nella storia del cinema, sviluppò con George Antheil un sistema di comunicazione radio a salto di frequenza, anticipando principi tecnologici che avrebbero contribuito allo sviluppo di successive tecnologie di comunicazione wireless. Durante la guerra, le crittoanaliste e le operatrici di Bletchley Park contribuirono alla decifrazione delle comunicazioni tedesche. Tra gli strumenti impiegati vi fu anche Colossus, uno dei primi computer elettronici, progettato per contribuire all’analisi dei messaggi cifrati con la macchina Lorenz. Negli Stati Uniti, sei donne programmarono l’ENIAC, uno dei primi computer elettronici general purpose. Nella ricerca aeronautica e spaziale, Katherine Johnson, Dorothy Vaughan e Mary Jackson diedero contributi fondamentali, affrontando discriminazioni di genere e razziali raccontate nel film Il diritto di contare.
Mileva Marić, prima moglie di Einstein, fu una delle prime donne a studiare matematica e fisica al Politecnico di Zurigo. Il marito riconosceva le sue capacità matematiche e, in alcune lettere, la coinvolse nelle proprie riflessioni scientifiche. Si è ipotizzato che Mileva abbia avuto un ruolo nell’elaborazione della teoria della relatività, ma l’entità di un suo eventuale contributo scientifico resta oggetto di dibattito e non è dimostrata da prove documentali conclusive. È documentato, invece, che Einstein destinò a Mileva il denaro del premio Nobel, come previsto dagli accordi di divorzio.
L’elenco è necessariamente incompleto: la storia degli uomini riempie librerie ed enciclopedie; quella delle donne viene troppo spesso confinata in brevi articoli chiamati a recuperare secoli di contributi rimossi. Un doppio danno: il riconoscimento negato alle protagoniste e i modelli sottratti alle ragazze. Se chi scopre e inventa ha sempre un volto maschile, diventa più difficile immaginarsi in quei ruoli.
L’accesso agli studi, oggi formalmente garantito, non ha eliminato le discriminazioni. Aspettative differenti, minore incoraggiamento, isolamento e difficoltà nell’ottenere sostegno possono essere vissuti, o interpretati, come limiti personali anziché come effetti di un contesto diseguale. È su questo ecosistema di pregiudizi che occorre intervenire, un impegno nel quale è coinvolta anche l’Università di Siena.
Il progetto SHE WINS, coordinato dalla professoressa Antonella D’Agostino, studia le disuguaglianze dalla scuola al lavoro, collegando dati INVALSI, Anagrafe nazionale degli studenti e AlmaLaurea. Il divario riguarda sia la distribuzione tra le discipline (segregazione orizzontale), sia l’accesso alle posizioni di responsabilità (segregazione verticale). Uno studio sulle persone laureate in discipline STEM dell’Università di Palermo rileva, a un anno dal conseguimento del titolo, vantaggi retributivi e persistenti differenze tra donne e uomini.
Anche il linguaggio riflette i pregiudizi: infermiera e impiegata sono parole comuni; ingegnera e rettrice suscitano ancora resistenze. Nel 2021 l’Università di Siena ha adottato le Linee guida per un linguaggio amministrativo e istituzionale inclusivo, elaborate dal gruppo coordinato dalla professoressa Alessandra Viviani.
Il progetto STEM INSIEME OLTRE, coordinato da Vera Montalbano, punta invece a costruire una comunità educante tra Siena, Grosseto e Arezzo, curando la formazione di docenti e insegnanti affinché possano riconoscere i pregiudizi e modificare le pratiche didattiche.
Presso il Dipartimento di Ingegneria dell’informazione e scienze matematiche è nata la comunità Women@DIISM, che promuove la visibilità e la partecipazione femminile attraverso iniziative di divulgazione e confronto.
Celebrare le scienziate significa restituire a tutte le donne il loro passato e rafforzarle nella consapevolezza di poter decidere il futuro. Non basta, però, un accesso formale se regole, risorse e carriere restano organizzate secondo un modello maschile. Le donne contribuiscono da sempre allo sviluppo della scienza. È tempo che la scienza lo riconosca e si liberi dei suoi retaggi patriarcali.
