“Un senese vero, nato sulle lastre, non può non approvare un’iniziativa come questa che è pensata per il bene della città”.
La frase, apparsa in un’intervista sul Corriere di Siena e riferita all’accesa, quanto prevedibile e inevitabile, discussione politica suscitata dalla proposta di acquisto del PalaOrlandi da parte del Comune di Siena per un milione di euro, è di Emanuele Montomoli presidente della squadra di basket del Costone che, al PalaOrlandi, si allena e gioca.
Il problema nasce dalle difficoltà economiche dell’Associazione Costone Ricreatorio Pio II, proprietaria dell’edificio che ospita il palazzetto (insieme a locali destinati a negozi, uffici, ambulatori), ubicato alle porte di Siena, ma nel Comune di Monteriggioni.
Fra altre considerazioni condivisibili (non possono essere ignorati i 122 anni di storia del Costone che ne fanno un’associazione importante per la città; non si può disperdere un’esperienza sociale e religiosa che ha coinvolto nel tempo migliaia di senesi; non si può abbandonare un’articolata organizzazione sportiva, attiva in vari settori) la frase mi ha colpito perché, magari sfuggita per leggerezza, è l’ennesima espressione di un modo di dire (e di pensare), viziato da una distorta idea dell’essere cittadini senesi.
Chi sono i veri senesi? Solo quelli nati sulle lastre, cioè nella cerchia delle mura? E tutti gli altri? Bollati come coloro che “hanno pagato il dazio”? Oppure, allargando un po’ il campo, quelli con I726 nel Codice fiscale? Oppure quelli che fanno vita di Contrada? O quelli che quando parlano si sente bene la “c” aspirata? Ridicolo.
Ma il fatto peggiore è che questa spiacevole locuzione è stata usata e continua ad esserlo in politica, soprattutto a destra, per dividere in due la cittadinanza fra una serie A e una serie B, sulla base di un’immaginaria differenza psicoattitudinale: se non stai con me vuol dire che sei un senese di serie B, che non ama la città quanto l’amo io e che non può farle del bene quanto me.
Non si tratta, purtroppo, di una novità. Anzi, la radice, variamente declinata, è antica: durante il fascismo, chi era contro il regime veniva definito antinazionale, cioè non “vero” italiano.
Tornando all’affare PalaOrlandi, mi pare che nessuno abbia voluto, o voglia in futuro, negare aiuti al Costone, bensì trovare la via più corretta, compatibile e condivisa per darli.
E chi ha sollevato dubbi sull’operazione da un milione di euro, sia in merito al percorso poco trasparente e documentato con cui è stata prospettata, sia in merito alla valutazione del rapporto fra costi e benefici e alla politica del Comune verso lo sport senese nel suo insieme, ha semplicemente esercitato un sacrosanto diritto di critica. Come deve fare ogni cittadino, con o senza I726 nel Codice fiscale.
