Orlando Pacchiani è da qualche giorno il nuovo caposervizio de La Nazione di Siena. Una responsabilità meritata, alla quale sono certa saprà far fronte con lo stesso impegno che ha sempre messo in tutto ciò che fa. Ai complimenti per aver visto premiate le sue qualità di professionista stimato, capace e onesto, voglio aggiungere qualcosa di più personale.
Orlando, infatti, fa parte a tutti gli effetti della famiglia degli storici medievisti, essendosi laureato in storia medievale sotto la guida di Michele Pellegrini e della sottoscritta. La storia che ricostruì nella sua tesi è quella di un piccolo ospedale, detto della Santa Croce, fondato fuori porta Camollia sul finire del XIII secolo da un pio notaio di nome Torello, figlio di Baccelliere. Per secoli, non a caso, l’ospedale fu identificato con il nome del suo fondatore: ospedale di ser Torello. Si trattava di un’istituzione piccola per dimensione ma non per rilievo nel contesto cittadino, dove ottenne prima la protezione del Comune, poi il riconoscimento formale del vescovo e la protezione della potente famiglia dei Tolomei, fino ad approdare infine nella sfera di competenza del grande ospedale di Santa Maria della Scala.
Orlando ricostruì la vicenda di ser Torello e del suo ospedale con attenzione, precisione e amore, attraverso le pergamene e i registri dell’ospedale di Santa Maria della Scala e l’abbondante documentazione pubblica, statutaria e fiscale conservata nell’Archivio di Stato. Ricordo tutto questo non soltanto per segnalare un aspetto meno noto della sua formazione intellettuale, ma soprattutto per ricordare a lui, a me stessa e a chi ci legge, che storici e giornalisti fanno, in fondo, un mestiere molto simile. Sono entrambi artigiani della notizia, dell’informazione. Per gli uni come per gli altri le fonti, i documenti, sono sacri: li si valuta, li si confronta con le voci che corrono, con le opinioni, se ne distilla il senso e il significato.
Storici e giornalisti hanno anche il privilegio di vivere una dimensione quasi ludica del proprio lavoro, perché è bello e gratificante stare “a bottega”, ingaggiare un corpo a corpo con l’oggetto della propria indagine, imparare ogni giorno a selezionare le fonti. E poco cambia, in fondo, tra il profumo delle pergamene, gli inchiostri delle tipografie d’antan o gli schermi dietro i quali oggi cerchiamo di sapere ciò che non conosciamo ma vorremmo conoscere.
Come lo storico, anche il giornalista è un passatore: consegna messaggi, pone interrogativi, sollecita risposte. È la spina dorsale di entrambi i mestieri, la ragione stessa della loro utilità per la società.
Auguri a Orlando di non dimenticare mai il valore di una testimonianza, di una notizia, di un punto di vista o di una “scheda”.
