Festa dei nonni: il welfare invisibile che ha ancora (troppo) spesso un volto di donna
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Festa dei nonni: il welfare invisibile che ha ancora (troppo) spesso un volto di donna

L’aiuto di nonne e nonni sostiene ogni giorno le famiglie e produce un valore economico significativo ma spesso sottovalutato. Un lavoro gratuito che supplisce anche alla carenza di servizi e può incidere su tempo, reddito, autonomia e salute di chi lo svolge, soprattutto delle donne

Festa dei nonni: il welfare invisibile che ha ancora (troppo) spesso un volto di donna
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1 Ottobre 2026 - 16.10


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di Serenella Civitelli

Il 2 ottobre si celebra la Festa dei nonni, ma è anche l’occasione per chiederci di quale festa e di quali nonni stiamo parlando.

Dietro molte famiglie che riescono a conciliare lavoro e figli c’è l’aiuto dei nonni. Secondo l’Istat, tra chi ha nipoti fino a 13 anni non conviventi, circa uno su tre li accudisce mentre i genitori lavorano, tre su dieci per altri impegni e quasi uno su quattro nelle emergenze.

Ma il maschile sovraesteso, ancora una volta, non rappresenta la realtà perché sono soprattutto le nonne a svolgere questo lavoro e sarebbe ora di farle uscire dall’anonimato, a cominciare dal nome: Festa delle nonne e dei nonni.

Non si tratta solo di solidarietà familiare ma di un pezzo del sistema di protezione sociale, spesso chiamato welfare, offerto gratuitamente.

La cura non retribuita, secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL), equivale a circa il 26% del nostro Pil. Le donne ne svolgono il 70%, dedicandovi in media 5,06 ore al giorno contro le 2,13 degli uomini.

Nel 2018 ProntoPro, piattaforma che mette in contatto clienti e professionisti, calcolò quanto vale lo specifico lavoro di nonne e nonni applicando alle diverse attività le tariffe di mercato: ne risultò uno “stipendio” ipotetico di quasi 2.000 euro al mese.

Un’economia sommersa, ma non illegale. Se lo stesso lavoro – senza salario, contributi, ferie e tutele – fosse prestato per un’impresa parleremmo di lavoro nero e sfruttamento. In famiglia, invece, è talmente alla luce del sole da risultare invisibile.

A beneficiarne non sono solo figlie e figli, ma anche il sistema. Orari scolastici incompatibili con quelli di lavoro, servizi per l’infanzia insufficienti, lunghe vacanze e carenze nell’assistenza alle persone non autosufficienti trasformano la disponibilità familiare in necessità.

Ma il contributo di nonne e nonni non è uguale. Alle prime spettano più spesso i compiti quotidiani – pasti, accudimento, malattie – ai secondi giochi e attività fuori casa. Una divisione che si ritrova a tutte le età: alle donne la continuità e la responsabilità della cura, agli uomini attività meno noiose e gravose.

Le nonne e i nonni di oggi non sono necessariamente “vecchi”: molte e molti sono baby boomer di 60-70 anni, ancora al lavoro o appena in pensione, con nipoti piccoli e genitori molto anziani.

È la cosiddetta “generazione sandwich”, stretta fra due generazioni da accudire.

A Siena il tema è particolarmente rilevante: nel 2025 era tra le province con più centenari, 63,5 ogni 100.000 abitanti, e la maggiore longevità allunga la convivenza fra generazioni e, potenzialmente, gli anni di cura.

Ma anche il sandwich ha un genere. Come il multitasking, anglicismo che serve a mascherare ciò che davvero significa: sovraccarico di lavoro.

Una donna di 55-65 anni può oggi trovarsi con quattro lavori- quello retribuito, quello domestico, la cura di nipoti e quella di genitori anziani- che, paradossalmente, possono renderla più povera: part-time, carriera interrotta o uscita anticipata significano meno reddito, meno contributi e pensione più bassa.

Alle richieste familiari e alle carenze dei servizi si aggiunge una sorta di ricatto morale. Per una donna dire “no” a una figlia, un figlio, una nipote o un nipote può significare sentirsi egoista, perfino meno madre o meno nonna. Secoli di identificazione fra femminilità e cura hanno reso la disponibilità un dovere e il sacrificio una prova d’amore.

Che non si tratti sempre di una libera scelta lo conferma l’indagine OIL-Federcasalinghe: quasi tre donne su quattro – ma anche il 60% degli uomini – dichiarano che il lavoro di cura nasce più dalla necessità che dalla scelta. E può diventare una trappola: il 63,4% delle donne e il 42,6% degli uomini pensavano a un impegno temporaneo, ma continuano a svolgerlo anche dopo tredici anni.

Occuparsi di nipoti può avere dei vantaggi: mantiene le persone attive, rafforza i legami e contrasta la solitudine. 

Se, però, diventa un lavoro senza orario e sostituzioni può incidere anche sulla salute, provocando stress, ansia, depressione e disturbi del sonno, ma anche problemi osteomuscolari e, soprattutto nei carichi assistenziali più intensi, un aumentato rischio cardiovascolare. Può inoltre sottrarre tempo al sonno, all’attività fisica, a un’alimentazione regolare, alle relazioni sociali e alla prevenzione. 

In sostanza, prendersi cura di chi si ama può essere un dono e una gioia, purché non diventi un obbligo per le aspettative familiari, le difficoltà economiche di figlie e figli o la carenza di servizi.

Perché sia davvero così servono redditi adeguati, servizi per l’infanzia e la non autosufficienza, tempi di lavoro compatibili con quelli familiari e una più equa condivisione tra donne e uomini.

Il 2 ottobre riconosciamo dunque il valore della cura offerta da nonne e nonni. Ma ringraziarli non basta: occorre creare le condizioni perché il loro aiuto resti una scelta, non una risposta alle insufficienze del sistema né alle pretese familiari.

Perché un conto è fare festa alle nonne e ai nonni. Un altro è fare loro la festa.

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